Le partigiane del teatro
Intervista a Laura Pacelli, Francesca Montanino, Valentina Rinaldi di Tubal Libre
Francesca Montanino: lo spettacolo è nato con il testo, quindi dopo ne potrà parlare meglio Laura che l’ha scritto. Abbiamo avuto la possibilità di fare una serie di spettacoli dedicati alla storia delle donne italiane nel ‘900. Mi ha sempre appassionato sia l’argomento della storia dell’indipendenza femminile sia il fatto di poterla osservare sotto tanti diversi punti di vista: dall’emancipazione politica a quella sociale, a quella più personale e individuale. Due anni fa abbiamo fatto uno spettacolo corale, “Racconto per Emma”, in cui c’erano dieci attori, che trattava il dopoguerra e la maternità, un aspetto molto intimo e personale ma che riflette tutta la condizione sociale delle donne in quel periodo.
Allo stesso tempo Laura si stava laureando con una tesi sulle scrittrici partigiane abbiamo pensato che sarebbe stato interessante analizzare di quest’epoca anche questo aspetto. È un tema che viene spesso lasciato in secondo piano perché appunto l’importanza che hanno avuto le donne nella resistenza è stata rivalutata da poco. Così Laura ha cominciato a scrivere il testo e poi sono iniziate le prove. Abbiamo fatto di necessità virtù, perché siamo un gruppo che nasce autofinanziato completamente: quindi uno spettacolo con dieci attori è difficilissimo da portare in giro e difficilissimo da gestire a livello di costi. In tre invece siamo completamente malleabili, cioè andiamo dove ci chiamano.
Laura Pacelli: Questo testo è stato quasi una necessità… Preparandomi per la tesi – principalmente basata sulla letteratura e quindi sulle scrittrici che fecero la resistenza – sono andata in varie biblioteche, ho fatto un sacco di ricerche e sono giunta pure a collegarmi con l’ANPI (l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani), che pubblica “Patria”. Scartabellando fra i vari numeri della rivista ho trovato numerosi racconti di Walchiria Terradura. Li ho trovati molto interessanti perché evidenziavano la necessità di liberarsi dal nazifascismo ma anche l’istanza di emancipazione femminile – caratteristica che si ritrova nello spettacolo ed anche nel titolo del testo. Diversamente da quanto era successo nell’800, in cui gli eventi di emancipazione femminile erano esclusivamente movimenti intellettuali ed individuali, con la resistenza, per la prima volta, si ha il primo movimento di massa in cui le donne di tutti i ceti sociali capiscono l’importanza di ciò che vanno affrontando e prendono coscienza del valore della loro partecipazione a questa esperienza. Nei racconti di Walchiria Terradura c’era tutto questo, così l’ho contattata tramite l’ANPI e sono andata da lei. Ho scoperto che è ancora una partigiana, è “tostissima”, è veramente forte, ha ottant’anni ma sembra averne venti, parla molto spiccio…
F. M.: É la donna con cui si concludeva il filmato. Alla fine dello spettacolo c’è un primo piano di lei e ha questi occhi che ti magnettizano.
L. P.: La prima volta che la vidi non riuscii neanche a guardarla più di tanto negli occhi perché mi sembrava che avesse tutta la sua storia scritta là… Sono giunta subito ad un rapporto molto stretto con lei, mi ha raccontato tutta la sua storia e in particolar modo anche le difficoltà che lei stessa ha dovuto incontrare con i partigiani maschi… A giugno 2006 c’è stato un tentativo di riforma costituzionale, Walchiria mi ha chiamato disperata e mi ha detto: “tu sei giovane, adesso la voce è la tua, quindi cerca di fare qualcosa perché non è possibile che noi abbiamo dato il sangue perché venisse scritta questa costituzione e adesso vogliono ritoccarla”. Mi ricordo tutto benissimo, stavo sul terrazzo della Facoltà di Lettere, stavo studiando per la tesi ed era una giornata fighissima. Ho chiamato Francesca e le ho detto che era necessario fare qualcosa: nel giro di un mese e mezzo ho scritto il testo ed è nato “Due volte mia”, che in realtà è un’elaborazione letteraria, logicamente diversa rispetto alla rappresentazione teatrale. Infatti mentre lavoravamo in teatro, ci sono stati tagli vistosi e anche delle aggiunte, tant’è che inizialmente non c’era neanche l’introduzione dei versi a scandire il passaggio da un monologo all’altro.
F. M.: Erano soltanto dei passaggi: semplicemente la staffetta raccontava un passaggio da una regione all’altra, da un territorio all’altro. Poi abbiamo capito: uno lo scambio c’è, il far convivere la poesia, il ritmo del verso con quello della prosa era più interessante e poteva dare uno stacco anche musicale.
Tra gli altri cambiamenti una cosa importante è che all’inizio questo testo era concepito per due persone e quando poi abbiamo cominciato abbiamo capito che scenicamente parlando era molto meglio lavorare in tre, avrebbe reso tutto più fruibile.
F. M.: Abbiamo cominciato, dopo averlo letto…anche perché il lavoro che ho fatto con Laura per me è assolutamente nuovo, nel senso che io vengo da un altro tipo di approccio: per me il lavoro di scrittura è associato direttamente alla pratica scenica, quindi se io non parto con un lavoro d’improvvisazione mi viene difficile scrivere per il teatro. È il primo esperimento che facevo di un testo scritto prima che si cominciasse a lavorare; quando poi lo abbiamo messo su e abbiamo visto come si è trasformato, per esempio, con i nostri corpi, attraverso le improvvisazioni sui personaggi, dei dialetti, dei toni che cambiavano… Volevamo cercare di lavorare sulla semplicità totale, su togliere ogni cosa superflua, su pochi gesti e cercare di ripulirli sempre di più.
Un’idea che ci è venuta il giorno del debutto, per esempio, è stato il finale: a un certo punto c’era questo tavolo e abbiamo detto: vabbè cosa facciamo? Ci sono anche questi veli da sposa, che rappresentano il fatto che loro appendono il cappello al chiodo, come si dice, appendono i loro ruoli per un attimo al chiodo e vanno a fare le staffette, a combattere eccetera… Alla fine della resistenza si è cercato un po’ re-incasellare le donne nei loro ruoli, fino al movimento degli anni ’60, ’68, ’70. Quindi abbiamo pensato di fare il finale con il giudice che deve dare le medagliette, deve incerimoniare la donna, rimbalsamarla nel suo ruolo.
L. P.: Infatti la soluzione non è felice alla fine. Voglio dire comunque sia si mantiene tutto come una sorta di canone sospeso, l’ambiguità vige sempre, perché al di là degli impacchettamenti retorici con cui si è voluta riformulare la Resistenza, c’è anche un falso moralismo da parte di coloro che comunque celebrano queste donne in ogni modo, ma in realtà poi non fanno effettivamente nulla.


A proposito della costruzione di uno spettacolo
Intervista (epistolare) a Tommaso Pitta di Baby Gang
Come nasce l'esigenza di sperimentare una drammaturgia così particolare? È una cifra della vostra ricerca o è il primo lavoro di questo tipo?
Ho incontrato Domenico Scandella mentre preparavo un esame di storia moderna, in un'antologia di documenti dell'epoca, e ne sono rimasto impressionato. L'anno dopo, a scuola (Paolo Grassi), ci è stato chiesto di preparare un monologo: così è nato questo spettacolo.
É il primo lavoro di questo tipo, anche perché è il mio secondo e per ora ultimo lavoro. É in effetti un tipo di drammaturgia particolare. Non si tratta di un monologo, ma di un dialogo: non c'è quindi quell'imbarazzo dovuto al fatto che non si sa a chi si stia parlando e perché, e la storia non è raccontata dal personaggio ma è vissuta dal personaggio, come in una qualunque classica drammaturgia; vi è però un solo attore. Questa struttura dialogica per un solo attore consente di dare largo spazio alla parola, senza che ciò risulti macchinoso, e la completezza e la bellezza della parola possono risultare molto efficaci in termini di suggestione narrativa. Oggi il pubblico è abituato alla velocità e alla molteplicità del linguaggio della televisione e del cinema, velocità e molteplicità a cui il teatro non può stare dietro. Tuttavia il teatro può ospitare la parola, e talvolta la parola può avere una forza suggestiva che supera quella dell'azione mostrata, e la parola recitata può avere una forza suggestiva che supera quella della parola letta. Questo tipo di struttura drammaturgica ci è sembrato un buon modo per raccontare oggi una storia che avesse senso raccontare e che non potesse essere raccontata che a teatro.
Abbiamo poi usato una voce e non un attore per l'inquisitore perché abbiamo voluto raccontare, più che una storia che denunciasse i mali della chiesa
cattolica, una parabola dell'incontro di un uomo con il potere. Abbiamo
pensato che, astraendo l'inquisitore in una voce dal tono pacato e inamovibile, lo spettatore avrebbe potuto cogliere il carattere di universalità che noi abbiamo visto nella vicenda di Domenico Scandella.
Come avete lavorato nel costruire la partitura scenica e il suo sviluppo?
Un'altra particolarità di questa drammaturgia è che, a livello di intreccio, nelle scene non vengono poste delle domande a cui le scene successive danno delle risposte per poi porre altre domande, come per ogni drammaturgia classica, e quindi c'era il rischio di perdere l'attenzione del pubblico, appunto perché all'interno di una scena non vi è quasi mai alcun tipo di evento che cambia la situazione. Abbiamo pensato che un modo per affrontare questo problema fosse quello di creare per ogni scena un'immagine forte e compatta, che avesse una forza di impressione che potesse in qualche modo occupare la mente dello spettatore al posto del processo dialogico di domanda-risposta che solitamente mantiene viva la sua attenzione. La partitura scenica è stata concepita a partire da questa esigenza.
Premesso che ci mette un po' in imbarazzo parlare del rapporto tra questo lavoro e uno spettacolo di Peter Brook su un testo di Dostoevskij, c'è un rapporto con questo allestimento nel senso che il tema e la struttura dialogica per un solo attore sono esattamente gli stessi (la differenza sta in quale interlocutore è posto al centro dell'attenzione), anche se non mi ricordo di essere stato, almeno consciamente, influenzato da questo spettacolo, non credo neanche di averlo visto prima di avere concepito il nostro spettacolo.
Lo spettacolo è sviluppato tutto all'interno di una pedana perché, sempre avendo come obiettivo la suggestione, abbiamo voluto rispettare uno scrupoloso realismo solo fin dove potevamo essere adeguatamente scrupolosi, e dove non c'era questa possibilità abbiamo preferito evitare qualunque altro tipo di segno. La pedana ha una funzione di proposizione dell'attore al pubblico, e si presta a raccontare l'isolamento del protagonista e, con l'ausilio delle luci, diversi ambienti (una prigione, un patibolo eccetera). Nell'allestimento originale la pedana poi è alta un metro e il pubblico gli sta attorno su tre lati, come se si fosse in una piazza pubblica, ma non sempre i teatri si prestano a utilizzare lo spazio in questo modo.
E specificatamente a livello drammaturgico…
F. T: È stato un po’ laborioso, perché la scrittura è iniziata da me, poi ho continuato insieme a Francesco che mi ha aiutato a portare a termine il lavoro, così abbiamo avuto il copione, dopo di che siamo andati in prova e abbiamo continuato a lavorare sul testo.
Dov’è ambientato lo spettacolo?
F. T: Dov’è il contesto?
Tommaso Innocenti: Il contesto ci perseguita!
F. T: Il lavoro, a livello drammaturgico e scenico, è stato fatto col proposito di togliere qualsiasi riferimento spaziale e temporale, qualsiasi appiglio, lavorando soprattutto sul simbolismo e sulla metafora. Quindi quello non è uno spazio reale.
T. I.: È un contesto straniante, non ha riferimenti spazio-temporali. Ciò che rimane in piedi è l’allegoria: un insieme di metafore che creano un contesto interpretabile in più modi…
F. T: Che per me serve anche per stemperare la componente autobiografica, ogni sorta di riferimento personale…
T. I.: Lui non te lo dirà mai, così te lo dico io… Lo spettacolo è intriso di tanti riferimenti autobiografici da parte di Fabrizio, che l’ha scritto. I personaggi sono anche persone reali, ma nella sua vita hanno un certo contesto, un significato specifico… Ma presentati al pubblico sul palcoscenico perdono chiaramente questa forma. Il lavoro si è svolto su due piani a partire da questa base autobiografica: mantenere per lui e per noi il suo senso, però acquisire anche un senso che fosse per ognuno interpretabile…
F. T: Cercare di aprire struttura che sembra chiusa.
T. I.: Il modo che abbiamo trovato è stato di giocare molto sui simboli, perché per definizione non hanno…
F. T: …una lettura univoca.
Questa simbologia si muove da un unico sistema di riferimento?
T. I.: La simbologia va su almeno due piani principali, che sono una religiosa, quindi con elementi che tutti – credenti o non – hanno dentro di sé. Sono simboli con cui chiunque si è confrontato, fanno parte della nostra cultura
F. T: Fanno parte della simbologia cattolica.
T. I.: E poi c’è l’altro livello, altrettanto universale, è quello dei rapporti famigliari: mamma e figlio sono Gesù e la Madonna, ma sono anche madre e figlio in carne ed ossa, con tutte le loro problematiche relazionali reali…
F. T: E, allo stesso modo, il padre è dio ma rappresenta anche un padre…
Rita Ceccarelli: "… il pappone, il volpone…
Come siete arrivati a far parlare l’altro figlio, il "fratello", dalla cassa? Invece che una presenza fisica o una semplice voce registrata…
F. T: Questo spettacolo è la continuazione di un lavoro che sto e stiamo facendo sui nuovi media e sull’utilizzo delle varie tecnologie nello spettacolo teatrale. La tematica in questo caso si confaceva all’utilizzo delle voci off… E poi perché in principio era il Verbo, quindi niente di meglio che ridurre alcuni personaggi a una cassa che parla, a una voce.
T. I.: Poi questa scelta credo si sposasse anche all’aumentare la solitudine del personaggio.
F. T: E poi anche a continuare a togliere un contesto.I personaggi sembrano come chiusi nei loro spazi individuali. Volevamo chiedervi che funzione ha questa strutturazione spaziale, sembrano quasi delle stanze…
T. I.: …delle nicchie.
R. C.: Infatti sull’unico momento in cui la madre ha un contatto reale col figlio ne abbiamo discusso molto: era l’unica volta in cui c’era un attraversamento da uno spazio a un altro. Però è stata una scelta consapevole, con l’intenzione di far muovere qualcosa: nello spettacolo si racconta di come questo spazio che lui si è creato sia un limite, una protezione, ma anche di come possa anche essere in qualche modo infranto.
La madre è quella che lo stimola e lo spinge ad uscire dall’isolamento, che gli propone un figlio, gli porge un gancio: una sorta di strada per la salvezza
F. T: Anche lo spazio è simbolico, non sta altro che a rappresentare i ruoli: non a caso il figlio sta in una gabbia e la madre è su un trono, e non a caso il trono occupa una posizione più elevata rispetto al figlio, non a caso il fratello casca nella gabbia e il padre sta fuori dalla gabbia…
T. I.: Siccome lo tengo su due binari, quello simbolico-religioso e quello simbolico-famigliare, sul piano del discorso spirituale, quello della fede, la gabbia sembra qualcosa di esterno al personaggio dentro al quale lui si è trovato, immerso e perso, mentre poi ci si rende conto che essa potrebbe essere evasa in qualsiasi momento: ad esempio, le sbarre non sono di ferro, ma sono fili di pvc e lui si potrebbe alzare in qualsiasi momento ed uscire. Così stare nella gabbia diventa una scelta, di ricercare la sua fede attraverso la privazione, sia fisica che spaziale. Il trono rappresenta questa mamma "angelicata", messa in alto, che è in alcuni punti però è bestemmiata: è lui che ce la mette e che la fa scendere.
Anche sul piano dei rapporti famigliari, lo spazio rappresenta questa mamma protettiva e un po’ carceriera. E il momento in cui viene attraversata la gabbia, il momento in cui c’è il contatto è quando c’è la voce del figlio. Succede in tutte le famiglie: quando il figlio diventa padre c’è un momento di riavvicinamento coi propri genitori, perché si ritrovano finalmente su dei ruoli paritari.
R. C.: …ho piccolo figlio psicologo…
T. I.: Questo figlio-nipote è uno strumento per avvicinare i personaggi su un piano paritario: lei scende dal trono e lui alza la mano.
F. T: Anche se il piano paritario si raggiunge solo a fine spettacolo, col gancio e la salita sulla sedia. In ogni caso è importante dire che scenicamente sembra che lui sia imprigionato, mutilato e passivo, mentre in realtà è lui il demiurgo di tutto questo.
A proposito del finale: è un lieto fine? E, soprattutto, va a finire?
T. I.: Sicuramente la situazione cambia, sempre sui due binari. Sul livello religioso, di ricerca della fede, c’è un’evoluzione, che è uno sganciamento da questo tentativo fallimentare del raggiungimento di un contatto col divino attraverso una privazione fisica e un discorso razionale.
L’appigliarsi al gancio che lo porterà alla fine fuori dalla gabbia rappresenta l’abbandono di questa strada. E sul piano della metafora famigliare anche qui c’è un’evoluzione: il personaggio uscirà dalla gabbia, ma ciò significa che dovrà vivere la propria vita…
F. T: In ogni caso il finale rappresenta un passaggio di stato.
T. I.: Quindi se la domanda riguarda il lieto fine, ti posso rispondere personalmente: non è una fine, ma di sicuro è un momento lieto. Si va verso una cosa di qualità superiore, che porterà ad altre problematiche.
F. T: Si arriva a un gancio, a un’esortazione: "ultreia, suseia" che magari non si capisce bene cosa significhi…
R. C.: Allora adesso spieghiamolo…
T. I.: È il nostro karma, da un anno e mezzo
F. T.: Quando due pellegrini in viaggio verso Compostela si incontrano, invece che dirsi buongiorno e buonasera, si dicono "ultreia, suseia". "Ultreia" significa vai oltre, oltre nel cammino, e quindi avvicinati a Compostela. Perché andando oltre, ultreia: suseia. Cioè ti avvicini e ti elevi.
T. I.: Quindi vai oltre, vai più in alto.
F. T: Anche qui abbiamo il doppio binario famigliare…
T. I.: Infatti la simbologia del gancio rappresenta un’opportunità, una possibilità di qualcos’altro, ma lì finisce lo spettacolo, quindi chissà.
Da personaggio ho sempre preferito pensare che sfruttasse questo gancio, perché serve a me: dopo tutta questa gabbia, c’è un’utilità nel prendere questo gancio e andarsene… mi salva. Però questo viene lasciato all’interpretazione: dipende da come ognuno si vive i propri rapporti famigliari e con la spiritualità.
F. T: Tornando alla domanda iniziale, cioè come nasce lo spettacolo. A me questo spettacolo stupisce. È stato, come dire, profetico. L’ho scritto nell’ottobre dell’anno scorso e dopo qualche mese mi sono reso conto che quella metafora è diventata lo scenario dove realmente mi trovavo. La cosa che mi stupisce più di tutte, proprio nel senso di profezia, è che il personaggio di Tommaso si trova di punto in bianco ad avere a che fare con un figlio di cui non sapeva l’esistenza e io dopo uno o due mesi ho scoperto di aspettare un bambino.
Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.E per quanto riguarda il rapporto col pubblico…
F. T: Replica di ieri siamo rimasti un po’ spiazzati dalla reazione del pubblico: l’abbiamo messo in scena tre o quattro volte negli ultimi mesi e abbiamo avuto sempre reazioni molto composte, un pubblico silenzioso, in riflessione, in ascolto. Mentre ieri ci siamo stupiti, perché le parti che consideravamo più divertenti sono state apprezzate e questo feedback da parte del pubblico c’è stato anche per le parti che ritenevamo più seriose.
T. I.: Lo spettacolo è calibrato sempre su due registri: ci sono parti molto riflessive che vengono sempre ribaltate, come se quando i personaggi arrivassero vicini a una verità e poi attraverso la maschera, attraverso il gioco – dei comportamenti infantili – la sublimano e si difendono. Ci sono parti vitali e…
R. C.: C’è l’intimo e il grottesco…
T. I.: E la sera scorsa è passato di più il lato grottesco. Però ogni rappresentazione fa un po’ storia a sé…
F. T: Non è un giudizio di valore, è una riflessione, che ci serve molto per capire cosa arriva al pubblico. Ecco, ad esempio, noi, fino a ieri sera eravamo convinti che di questo spettacolo arrivasse la parte più intima, più riflessiva e meno il gioco, il grottesco. Invece ieri sera è stato il contrario. Secondo me può esser stato causato in parte dallo spazio che avevamo a disposizione: mentre in un teatro all’italiana, classico, con il palco distante e separato dalla platea…
T. I.: L’intimità era salvaguardata dallo spazio.
F. T.: Qui?
R. C.: Essendo più a diretto contatto eravamo più "nudi"…
T. I.: Credo che il fatto di essere stati così vicini, in uno spazio così intimo, abbia permesso anche al pubblico di utilizzare questa sorta di protezione attraverso il gioco. In un teatro all’italiana dove c’è questa distanza, quello che succede in scena è altro, quindi sei meno coinvolto, invece in uno spazio così questi temi abbastanza forti ti invadono anche fisicamente come personaggio…





