Patablog
Il PataBlog è un osservatorio di critica indipendente su Ubu Settete! Fiera di alterità teatrali. La redazione si occupa di realizzare interviste con artisti, organizzatori, spettatori, nonché di offrire alcune chiavi di lettura degli spettacoli e di contestualizzarli in rapporto l'uno all'altro: a fianco ai dialoghi ci saranno domande aperte, recensioni, presentazioni, commenti sull'atmosfera del festival e riflessioni sul teatro. La redazione di Patablog ha seguito anche
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domenica, 20 gennaio 2008
Ubu che nasce, Ubu che cresce
Intervista alla direzione artistica di Ubu Settete 2007: Marco Andreoli, Fabio Massimo Franceschelli, Daniele Timpano
 
Dove è nato Ubusettete?
F. M. F.: Prima nelle nostre teste, poi in una riunione dentro una sala prove, infine in un ex capannone industriale (Ubu Cheese, prima edizione di Ubu Settete). A proposito, si scrive Ubu Settete e non Ubusettete.
M. A.: Mi prendo un po’ del merito della paternità. Qualche anno fa, un po’ nauseato dalle mie esperienze di spettatore teatrale, m’è venuta voglia di sapere cosa succedesse a Roma nel preciso istante in cui assistevo a spettacoli orrendi e costosi. Così ho cominciato a lavorare alla realizzazione di un database che raccogliesse tutte o quasi tutte le esperienze indipendenti della città. Il resto è storia a tre: la rassegna, la rivista e, ultima nata, la casa editrice con la quale abbiamo già pubblicato tre volumetti e che rappresenta l’ultimo fronte della nostra piccola guerra culturale.
 
Cosa ti ha permesso di aggiungere e di togliere dalla scena teatrale romana, l’esperienza pluriennale di Ubu Settete?
D. T.: Non capisco la domanda. In che senso “togliere”? Abbiamo aggiunto un ulteriore luogo di confronto, specialmente tra gli artisti. In questo credo che l'esperienza di Ubu Settete abbia decisamente funzionato. Roma è a compartimenti stagni, teatralmente parlando, Ubu Settete è riuscito a far incontrare alcuni di questi livelli.
M. A.: Ubu Settete ha coordinato elementi già esistenti. E ha forse dato un po’ di consapevolezza ad un movimento che non può non essere disordinato e disarticolato, ma non ha inventato compagnie, non ha creato spettacoli. Ubu Settete ha rappresentato una sorta di chiamata alle armi. Nella locandina della quarta rassegna si vedeva la silhouette di Mickey Mouse assalita da decine di ratti di fogna. Quella è la nostra metafora di riferimento.
F. M. F.: Mi piace pensare che Ubu Settete abbia aggiunto un po’ di fiducia collettiva e anche di orgoglio in parte di questa nostra grande comunità che è il teatro indipendente romano. E forse sta contribuendo a togliere di mezzo l’idea che le belle cose si possono fare solo “in grande” e con tanti soldi. Non è così. Sono le idee ed il duro lavoro che permettono di realizzare le belle cose. Suona retorico, eh? Però è così… e io, Marco e Daniele ne sappiamo qualcosa sulla nostra pelle.
 
Ubu Settete quest’anno ha selezionato gli spettacoli presentati in rassegna attraverso un concorso nazionale: innanzitutto volevamo chiedervi in base a che principio sono stati selezionati i progetti.
F. M. F.: Sono arrivate 160 proposte. Ci siamo incontrati ad agosto fino alla prima decade di settembre, diverse volte, per archiviare le domande ed ottenere una scrematura del materiale: alcune dono state escluse perché erano di bassa qualità, altre invece perché facevano riferimento ad un teatro che non rispetta la storia di Ubu Settete: ci sono arrivate anche proposte di teatro molto professionale,non le abbiamo selezionate perché ci sembravano non rispecchiare i principi che danno forma alla rassegna.
Così abbiamo scartato circa 60/70 proposte e abbiamo lavorato su una novantina. Dopo di che abbiamo rivisto i video, iniziando a dare delle valutazioni. I giudizi sono personali e riguardano il gusto e la soggettività di ognuno di noi. Ci sono state mediazioni tra noi quattro – perché ricordate che le proposte più attinenti alla danza o teatro-danza sono state vagliate anche da Elvira Frosini.
Diciamo che abbiamo stilato una sorta di classifica, non solo in base alla qualità del lavoro, ma anche cercando di rispettare un equilibrio tra i generi scelti.
M. A.: Io credo che il fatto delle 160 compagnie sia stupefacente. Stiamo parlando di una rassegna che a livello economico non offre niente. Però il fatto stesso che da un anno all'altro ci sia questo salto – da 50 a 160 – é incredibile. Noi ancora fatichiamo a dare una spiegazione a questo passaggio. Probabilmente é solo per il fatto che le cose succedono. Abbiamo di fatto superato i confini del raccordo anulare.
D.T.: Importante é però che le proposte siano arrivate da fuori.
M.A.: Ed infatti questo diventa il sintomo di una patologia. Se compagnie molto o abbastanza quotate, ed altre che iniziano ad essere osservate, non hanno – non a Roma ma dobbiamo dire nel nostro Paese – altro che Ubu Settete, o poche altre situazioni, é molto grave. Siamo ancor prima dell'assistenzialismo: qui non c'é proprio niente. Pur di venire a Roma, fare una serata in una stanza che non é neanche un teatro vero, vengono qui, pagandosi il viaggio e le spese. Io non voglio insistere troppo su questo punto sembrando scettico: sono fierissimo, come i miei compagni di viaggio, di quello che abbiamo costruito dal niente. Però di fatto rimane il sintomo di una patologia gravissima, culturale, che non può essere né curata né tamponata dalla nostra rassegna: si può solo rappresentare una spia. Ora il guaio é che di questa spia non si accorge nessuno, se non le compagnie coinvolte. La verità é che attraverso questo siamo riusciti a creare una rassegna che é dimensioni superiori alla media, di rassegne più quotate sulla carta, sia a livello di qualità che di quantità.
D.T.: Da un’esperienza quindi che partiva dalla marginalità totale, per un’ impossibilità o incapacità di ricevere attenzione, da un auto-presentare il proprio lavoro consorziandosi, è nata una cosa che non è più dentro il noi, va verso l’esterno rispetto a Roma e verso il territorio nazionale.
M.A.: Lo dimostra il fatto che la prima edizione era costituita da tutti i nostri spettacoli, contrariamente a quest’anno che vede la presenza solo di uno solo, “Ecce robot”.
D.T.: Perciò nella prima edizione non c’era neanche una direzione artistica e tecnica… non c’erano neanche i fari, solo otto in tutto! Non c’era stampa, non c’era pubblicità: niente! C’erano le compagnie che si sono conosciute e hanno fatto la rassegna. Si trattava di scegliere una data e lo spettacolo da presentare, nell’edizione “Ubu Cheese”.
Ora invece cerchiamo di organizzare, raccogliere materiali, conoscere compagnie, con zero budget, auto-finanziati dall’incasso perché non abbiamo altri tipi di finanziamento (non lo abbiamo cercato, non lo abbiamo trovato). Bisogna capire quanto fiato ci sia senza altre possibilità economiche esterne, perché si potrebbe continuare a crescere anche in queste condizioni.
 
Ubu Settete vuole crescere nel contesto nazionale, o anche in una direzione internazionale?
F.M.F.: Per quanto mi riguarda anche a livello internazionale.
D.T.: Beh, nelle idee si!
M.A.: E potenzialmente anche a livello mondiale, universale!
D.T. : Comunque a livello nazionale, essendo fisiologico comunque che se una cosa non muore, cresce…
M.A.: … o anche che se non cresce muore…
D.T.: … cosa che potrebbe accadere anche dopodomani alla fine di questa edizione!
M.A.: La verità è che in questa situazione, in cui non c’è un supporto effettivo, né economico né logistico – chiaramente ringraziando il Rialto e il Furio Camillo – da anni celebriamo la nostra morte!
D.T.: L’editoriale che uscì per la scorsa rassegna era proprio il testamento di Ubu Settete!
M.A.: Noi siamo perfettamente coscienti che siamo una bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro… Però va bene così, nel senso che se siamo il simbolo di una precarietà, è giusto che siamo precari noi stessi. Sul futuro… posso dire una cosa sul futuro? Il futuro di Ubu Settete è fuori da Ubu Settete, perché credo che qualsiasi cosa possa nascere dopo questo, sarà certamente un’altra cosa. Ad esempio, nel momento in cui arrivasse un introito economico con il quale sostenere i nostri progetti, sarebbe bellissimo organizzare un’altra edizione, ma sarebbe anche un’altra cosa, proprio perché uno dei significati profondi di questa rassegna è che non ha i soldi. L’importante è esserne coscienti. Anche per quanto riguarda il discorso sull’internazionalità… Parliamoci chiaramente, non è che stiamo facendo una rassegna “no global”: se domani dovesse arrivare la Virgin o la Coca-Cola che vuole diventare sponsor unico della rassegna, per andare poi in Texas, a me va benissimo. Nel senso… se arrivano coi “petroldollari” va strabene! Non siamo idealisti in questo senso. È chiaro che si ha un atteggiamento politico condiviso per certi versi ma è pur vero che il compromesso è dietro l’angolo. Fino ad adesso la rassegna si è basata proprio sulla mancanza di questo compromesso, ed è per questo che siamo fieri di questo risultato.
D.T. : Dato che è una rassegna che è nata dal basso, da un egoismo tendente all’altruismo, per un discorso di propria visibilità, di incontro tra noi e tra i nostri spettacoli, di scrivere sul nostro giornale, andando a vedere spettacoli non troppo quotati di gruppi neonati e recensirli con una certa serietà…
M.A.: …facendo cose che non faceva nessuno…
D.T.:…Roma ha ottanta teatri – o quanti ce ne ha – però in realtà ne ha il dieci per cento – ok sono parole in libertà – e di questo dieci per cento molti sono di quelli istituzionali e gli spazi cosiddetti off – parola che uso per comodo – che però sono off “riconosciuti”, come lo stesso Rialto o il Furio Camillo… Non a caso c’è la ZTL delle Zone Teatrali Libere, di cui chi non ne fa parte, non conta nulla per le stesse che si autocertificano tali. Potenzialmente, invece, non da sola, la cosa che Ubu Settete ha fatto e continua a fare è quella di andare in spazi in cui si suppone a prescindere non passino spettacoli da vedere. Poi si va anche al teatrone, al Brancaccio a stroncare attori, ecc…
M.A. : Posso fare una dichiarazione spontanea? È la seguente: io sono convinto che Ubu Settete sia l’esperienza più importante romana degli ultimi dieci anni. E il fatto che nessuno a livello istituzionale se ne renda conto ed osservi questa evidenza è un problema più loro che nostro.
D.T. : Ed essenziale è il fatto che abbiamo iniziato da soli, senza nessuno che ci presentava, con una situazione più ancora difficile di questa.
M.A. : E tentativi di finanziamento sono stati anche fatti, ma il problema – e questo è punto al quale tengo davvero tanto – è loro. Perché se fai una rassegna che arriva alla sesta edizione e che ospita compagnie da tutta Italia… Non sono io che devo andare dall’assessore a dire di venire a vedere, ma è proprio l’assessore che nei suoi compiti ha quello di venire! Lui non potrebbe ignorare quello che avviene di culturale nella sua città! Deve restituire il suo stipendio e darlo a noi!!!
No, no! Deve restituire il suo stipendio e darlo a Marco Fumarola (il direttore tecnico di Ubu Settete)! E si chiude il cerchio!
 
Un aneddoto dell’edizione 2007 di Ubu Settete: un indice di quello che si è trasformato in Ubu Settete…
M. A.: Non ci dobbiamo nascondere: Ubu Settete è diventato un festival nazionale. E se morirà, morirà perché ha avuto voglia di crescere. Questa edizione dovremo raccontarla ai nipoti per una quantità impressionante di motivi. Ma personalmente credo che l’amalgama tra la qualità degli spettacoli ed il calore (umano, emotivo) che veniva fuori da ogni angolo di questa rassegna, sia stato il risultato più strabiliante di questa edizione. Il ricordo che terrò stretto è banale: la torta d’addio, tutti insieme, nell’ufficio del Rialto. Ti prego però di considerare che chi sta parlando in genere è infastidito da qualsiasi aggregazione umana che superi le 5 unità.
F. M. F.: Due cose. La prima è che mi ha intervistato la RAI! La RAI, ma ti rendi conto? La seconda è stato entrare al Rialto, un pomeriggio, tra l’altro un po’ in ritardo rispetto all’orario che dovrebbe osservare un “direttore artistico”, e vedere 5 ragazze intorno ad un tavolo, ognuna con il proprio pc acceso, ognuna intenta a lavorare per la rassegna, per Ubu Settete. Sì, lì mi sono sentito felice, orgoglioso, tranquillo.
D. T.: Direi che il ricordo più significativo è la faccia di tutti quando ci siamo ritrovati con 160 buste contenenti 160 dvd da vedere, oltre il triplo dello scorso anno... Ma il ricordo più bello dell'edizione 2007 sono le persone dello staff, l'atmosfera di lavoro durante i giorni e durante le serate del festival: le ragazze del blog che lavorano giorno e notte, sbobinano interviste, scrivono, scelgono foto nel foyer del Furio Camillo e nell'ufficio del Rialto, anzitutto, e poi Laura neri, l'ufficio stampa, che mi chiama continuamente per chiedermi cose e informarmi, le compagnie da fuori che -nonostante la situazione economicamente precaria- si trovano bene, io e Dario Aggioli che ridiamo sonoramente durante tutti gli spettacoli come i due vecchietti dei Muppet, chissà quanto fastidio abbiamo dato, la maggiore presenza di operatori, l'ultima commovente serata, col brindisi finale collettivo... speriamo che tutto questo riesca a mantenersi per il prossimo anno, che sia la partenza, anzi la rinascita di un gruppo di lavoro compatto che riesca a far fare alla rassegna quel salto di qualità che, se non si fa una buona volta, ci condurrà tutti all'estinzione entro la fine del 2008. Come rassegna, intendo.
postato da: icommentarii alle ore 11:48 | Link | commenti
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