A proposito di “Buffet”
Intervista a Elvira Frosini di Kataklisma
Innanzitutto volevamo chiedervi come nasce “Buffet”: da dove nasce la coreografia, quali sono i materiali che avete utilizzato per la mise en espace.
L’idea originaria ovviamente è quella del cibo. Però considerato come qualcosa che sta per altro, come veicolo di rapporti. Poi non parlerei direttamente ed espressamente di coreografia, ma più che altro di partitura di movimento, che è la struttura portante del lavoro. Il nucleo del suo sviluppo è stato nella direzione di un annullamento, ma non automatico: non mi interessava l’idea dell’automa, ma lo stare in mezzo al niente.
Dunque la grande difficoltà per noi sono stati tutti i momenti in cui non succede quasi nulla, questa sorta di aspettare che accade in scena. Ma credo che accada anche un po’ allo spettatore, questo era l’intento: costruire un’attesa per il pubblico, che fosse continua. È una condizione che ci coinvolge poi tutti nella nostra vita sociale: aspettare qualcosa di eclatante, mentre siamo immersi in una sorta di appiattimento, o comunque limbo, sospeso.
Quando lavoro procedo sempre per accostamenti di idee anche molto diverse l’una dall’altra, per paradossi, attraverso elementi che non si connettono a livello logico né narrativo. Anzi, direi che viene proprio negata la struttura narrativa. Quindi abbiamo sovrapposizioni, giustapposizioni, elementi diversi che intervengono. E ovviamente il sapore è quello di eventi che hanno piccoli squarci di cose molto normali, molto quotidiane… Perché in questo spettacolo non accade nulla, tranne piccole cose, lo definirei così.
Avevate lavorato a partire da un testo preciso?
La drammaturgia, in generale, per me, non parte mai da un testo a priori: la scrivo lavorando allo spettacolo. Poi, a volte, intervengono dei testi veri e propri: alcuni scritti da me, altri collaborando con i performer. E ci sono anche spesso elementi estratti da altri testi. Per esempio, in “Buffet” c’è un pezzo di Cocteau da “La macchina infernale”, quando si parla dei giocattoli. Quindi i materiali drammaturgici sono molto vari. In genere nei miei lavori, finora, i testi emergono come punte di iceberg, e non c’è mai una struttura sottostante, un testo ben preciso.
Per quanto riguarda la mise en espace si nota innanzitutto la cura nella disposizione del cibo, che risulta essere l’unico elemento colorato…
Intanto è una striscia che divide perfettamente la scena dallo spettatore: è proprio una linea che non è un confine, ma una linea di demarcazione. È molto colorato perché ho scelto appositamente cibi proprio fintissimi, con coloranti, tutto da supermercato, cose che simboleggiano il gran consumo in maniera semplice. L’unica cosa che sembra essere viva nello spettacolo è la merce, questo è proprio il punto fondamentale. Mentre noi interpreti siamo molto semplici: anonime, vestite in nero, anche simili tra di noi, pur essendo molto diverse l’una dall’altra.
Sappiamo che nelle fasi di selezione, sei stata una delle voci più importanti per quanto riguarda la scelta degli spettacoli di danza e teatro-danza. Quindi volevamo chiederti un po’ i principi che hanno guidato le scelte…
Fondamentalmente mi sono basata intanto sulla mia impressione: su quello che “mi arrivava” dai video. Si tratta soprattutto di questioni legate alla qualità del lavoro, anche nella grande diversità di idee.
Le cose che abbiamo visto a Ubusettete erano davvero differenti fra loro, anche in termini di linguaggio: molti spettacoli erano riconducibili direttamente alla danza, altri più identificabili con il teatro. Anche se oggi fare considerazioni di questo tipo è difficile, perché le categorie sfuggono sempre di più.
Quindi ho valutato il lavoro, il percorso, il linguaggio utilizzato. Tutto ruota intorno al rigore del lavoro, e anche alla sua onestà. Anche rispetto a cose lontane dalla tua sensibilità, dal tuo percorso.
Per quanto riguarda questa grande varietà di visioni, devo dire che non è una scelta intenzionale, ma perché c’è una grande vivacità dei linguaggi in questo momento. E credo che Ubu l’abbia dimostrato quest’anno. È qualcosa che è balzato fuori dai lavori, che dimostra che la ricerca si muove, c’è.
