Intorno a “Mangiami l’anima e poi sputala”
Intervista (epistolare) a Riccardo Spagnulo di Fibre Parallele Teatro
Come nasce il progetto di "Mangiami l'anima e poi sputala"?
Questo progetto nasce, come tante cose, per caso.
Dopo uno “Zio Vanja” dove usavamo le parole di Cechov per far capire ciò che ci interessava fare (semplicemente fare teatro), Licia ed io sentivamo bisogno di un’originalità testuale, che ci concedesse più libertà di invenzione e di espressione.
L'incontro con il libro di Giovanna Furio è stato fulmineo: in una libreria caotica, a metà agosto dell’anno scorso, siamo stati catturati da una farfalla nera e da un titolo in fuxia. La quarta di copertina rispecchiava in buona sostanza le nostre biografie e, dato che evitiamo di spersonalizzarci in scena, la storia di Giovanna poteva servire come tramite per parlare di amore e di religione, di noi e di quello che ci girava intorno e continua a girarci anche adesso.
Quando abbiamo presentato il progetto alla commissione locale del Premio Scenario, avevamo ancora le idee molto confuse: l’unica convinzione era l’antitesi delle due figure, Cristo e la donna – che non era ancora definita, il bigottismo è arrivato dopo – avrebbero dovuto essere rispettivamente corpo e anima. L’altro dato di fatto era una forte urgenza di portare a termine il progetto e ringrazio qui pubblicamente Clarissa Veronico, che ha colto in maniera sensibile questo punto e ci ha portato alle semifinali del succitato premio a L’Aquila.
Con il lavoro in sala prove, le strade dello spettacolo e del romanzo della Furio hanno iniziato a biforcarsi: la donna ha iniziato a vestirsi di nero, a recitare preghiere e ad essere, come direbbe la nonna di un mio caro amico, una “fans” di Cristo, come se ne vedono tante da noi di mattina presto nei dintorni delle chiese di paese.
Inoltre, ci siamo resi conto che una semplice riduzione del romanzo per la scena sarebbe stata insoddisfacente per la differenza che portano in sé i due linguaggi.
Bocciati in semifinale, siamo tornati a Bari un po’ frastornati e abbiamo congelato il tutto in attesa di una data, nel frattempo abbiamo fatto altre esperienze importanti da attori.
L’occasione di Roma, infine, ha permesso al nostro lavoro di trovare un ritmo costante e una chiarezza di esposizione: nel giro di un mese di prove siamo riusciti a realizzare lo spettacolo che avete visto.
In definitiva, quello che è andato in scena al Rialto Santambrogio è il risultato di un lungo processo di sedimentazione di idee, parole, immagini, appunti, schizzi, incomprensioni, coincidenze, batoste, litigi furibondi e conseguenti riappacificazioni.
Come avete realizzato il tessuto drammaturgico? A partire dalla scena o secondo uno sviluppo testuale?
L’idea iniziale era quella di lavorare con l’improvvisazione su situazione, ma i risultati migliori sono stati ottenuti attraverso un lavoro di drammaturgia che in sala prove si affinava e si modificava in base alle necessità della scena.
Abbiamo sempre avuto bene in mente la fine e l’inizio della vicenda, che in un certo senso collimano con la storia raccontata da Giovanna Furio. Quello che c’è tra i due estremi è puramente originale e si è ricomposto a puzzle, accostando le situazioni le une alle altre e cucendole insieme, creando rimandi interni alla vicenda e porte segrete per accedere alla storia del libro.
Quali sono le vostre fonti o punti di riferimento per creare uno spettacolo?
Noi non abbiamo un metodo. O meglio non abbiamo una formula algebrica per creare uno spettacolo. Abbiamo una formazione da autodidatti, che si è arricchita attraverso degli incontri con persone speciali, che ci seguono e ci sostengono sempre.
E poi c’è la scena barese – forse sarebbe meglio dire la nuova scena barese – che frequentiamo, supportiamo, a cui rubiamo anche qualcosa. Parlo del Teatro Minimo, di Roberto Corradino del Reggimento Carri e di Salvatore Marci, con cui non abbiamo mai lavorato ufficialmente, ma che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare.
Tornando a noi, per “Mangiami l’anima e poi sputala” sono state molto importanti le fonti iconografiche che hanno accompagnato la nostra ricerca: a partire dai dipinti di El Greco, a Michelangelo pittore e scultore, fino al finale da macelleria che può ricordare i quarti di bue di Francis Bacon o il trittico dedicato all’Orestea, dello stesso artista.
Altro elemento è stata quello musicale, che ha fatto nascere situazioni, idee e ha generato a sua volta altre immagini: la traccia di Radio M. ha creato un movimento interno allo spettacolo e ne ha dipanato la costruzione scenica con rigore forse un po' troppo schematico, ma chiaro e trasparente.
Poi c'è quello che rimane al di fuori di ciò che siamo riusciti a comprendere del nostro spettacolo e che comunque rientra al suo interno: forse è la parte migliore proprio perché è sgorgata spontaneamente, come uno zampillo d'acqua da una borraccia.