Patablog
Il PataBlog è un osservatorio di critica indipendente su Ubu Settete! Fiera di alterità teatrali. La redazione si occupa di realizzare interviste con artisti, organizzatori, spettatori, nonché di offrire alcune chiavi di lettura degli spettacoli e di contestualizzarli in rapporto l'uno all'altro: a fianco ai dialoghi ci saranno domande aperte, recensioni, presentazioni, commenti sull'atmosfera del festival e riflessioni sul teatro. La redazione di Patablog ha seguito anche
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sabato, 29 dicembre 2007
Intorno a “Mangiami l’anima e poi sputala”
Intervista (epistolare) a Riccardo Spagnulo di Fibre Parallele Teatro
 
Come nasce il progetto di "Mangiami l'anima e poi sputala"?
Questo progetto nasce, come tante cose, per caso.
Dopo uno “Zio Vanja” dove usavamo le parole di Cechov per far capire ciò che ci interessava fare (semplicemente fare teatro), Licia ed io sentivamo bisogno di un’originalità testuale, che ci concedesse più libertà di invenzione e di espressione.
L'incontro con il libro di Giovanna Furio è stato fulmineo: in una libreria caotica, a metà agosto dell’anno scorso, siamo stati catturati da una farfalla nera e da un titolo in fuxia. La quarta di copertina rispecchiava in buona sostanza le nostre biografie e, dato che evitiamo di spersonalizzarci in scena, la storia di Giovanna poteva servire come tramite per parlare di amore e di religione, di noi e di quello che ci girava intorno e continua a girarci anche adesso.
Quando abbiamo presentato il progetto alla commissione locale del Premio Scenario, avevamo ancora le idee molto confuse: l’unica convinzione era l’antitesi delle due figure, Cristo e la donna – che non era ancora definita, il bigottismo è arrivato dopo – avrebbero dovuto essere rispettivamente corpo e anima. L’altro dato di fatto era una forte urgenza di portare a termine il progetto e ringrazio qui pubblicamente Clarissa Veronico, che ha colto in maniera sensibile questo punto e ci ha portato alle semifinali del succitato premio a L’Aquila.
Con il lavoro in sala prove, le strade dello spettacolo e del romanzo della Furio hanno iniziato a biforcarsi: la donna ha iniziato a vestirsi di nero, a recitare preghiere e ad essere, come direbbe la nonna di un mio caro amico, una “fans” di Cristo, come se ne vedono tante da noi di mattina presto nei dintorni delle chiese di paese.
Inoltre, ci siamo resi conto che una semplice riduzione del romanzo per la scena sarebbe stata insoddisfacente per la differenza che portano in sé i due linguaggi.
Bocciati in semifinale, siamo tornati a Bari un po’ frastornati e abbiamo congelato il tutto in attesa di una data, nel frattempo abbiamo fatto altre esperienze importanti da attori.
L’occasione di Roma, infine, ha permesso al nostro lavoro di trovare un ritmo costante e una chiarezza di esposizione: nel giro di un mese di prove siamo riusciti a realizzare lo spettacolo che avete visto.
In definitiva, quello che è andato in scena al Rialto Santambrogio è il risultato di un lungo processo di sedimentazione di idee, parole, immagini, appunti, schizzi, incomprensioni, coincidenze, batoste, litigi furibondi e conseguenti riappacificazioni.
 
Come avete realizzato il tessuto drammaturgico? A partire dalla scena o secondo uno sviluppo testuale?
L’idea iniziale era quella di lavorare con l’improvvisazione su situazione, ma i risultati migliori sono stati ottenuti attraverso un lavoro di drammaturgia che in sala prove si affinava e si modificava in base alle necessità della scena.
Abbiamo sempre avuto bene in mente la fine e l’inizio della vicenda, che in un certo senso collimano con la storia raccontata da Giovanna Furio. Quello che c’è tra i due estremi è puramente originale e si è ricomposto a puzzle, accostando le situazioni le une alle altre e cucendole insieme, creando rimandi interni alla vicenda e porte segrete per accedere alla storia del libro.
 
Quali sono le vostre fonti o punti di riferimento per creare uno spettacolo?
Noi non abbiamo un metodo. O meglio non abbiamo una formula algebrica per creare uno spettacolo. Abbiamo una formazione da autodidatti, che si è arricchita attraverso degli incontri con persone speciali, che ci seguono e ci sostengono sempre.
E poi c’è la scena barese – forse sarebbe meglio dire la nuova scena barese – che frequentiamo, supportiamo, a cui rubiamo anche qualcosa. Parlo del Teatro Minimo, di Roberto Corradino del Reggimento Carri e di Salvatore Marci, con cui non abbiamo mai lavorato ufficialmente, ma che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare.
Tornando a noi, per “Mangiami l’anima e poi sputala” sono state molto importanti le fonti iconografiche che hanno accompagnato la nostra ricerca: a partire dai dipinti di El Greco, a Michelangelo pittore e scultore, fino al finale da macelleria che può ricordare i quarti di bue di Francis Bacon o il trittico dedicato all’Orestea, dello stesso artista.
Altro elemento è stata quello musicale, che ha fatto nascere situazioni, idee e ha generato a sua volta altre immagini: la traccia di Radio M. ha creato un movimento interno allo spettacolo e ne ha dipanato la costruzione scenica con rigore forse un po' troppo schematico, ma chiaro e trasparente.
Poi c'è quello che rimane al di fuori di ciò che siamo riusciti a comprendere del nostro spettacolo e che comunque rientra al suo interno: forse è la parte migliore proprio perché è sgorgata spontaneamente, come uno zampillo d'acqua da una borraccia.
postato da: icommentarii alle ore 18:56 | Link | commenti
categoria:interviste
lunedì, 17 dicembre 2007
A proposito di “Buffet”
Intervista a Elvira Frosini di Kataklisma
 
Innanzitutto volevamo chiedervi come nasce “Buffet”: da dove nasce la coreografia, quali sono i materiali che avete utilizzato per la mise en espace.
L’idea originaria ovviamente è quella del cibo. Però considerato come qualcosa che sta per altro, come veicolo di rapporti. Poi non parlerei direttamente ed espressamente di coreografia, ma più che altro di partitura di movimento, che è la struttura portante del lavoro. Il nucleo del suo sviluppo è stato nella direzione di un annullamento, ma non automatico: non mi interessava l’idea dell’automa, ma lo stare in mezzo al niente.
Dunque la grande difficoltà per noi sono stati tutti i momenti in cui non succede quasi nulla, questa sorta di aspettare che accade in scena. Ma credo che accada anche un po’ allo spettatore, questo era l’intento: costruire un’attesa per il pubblico, che fosse continua. È una condizione che ci coinvolge poi tutti nella nostra vita sociale: aspettare qualcosa di eclatante, mentre siamo immersi in una sorta di appiattimento, o comunque limbo, sospeso.
Quando lavoro procedo sempre per accostamenti di idee anche molto diverse l’una dall’altra, per paradossi, attraverso elementi che non si connettono a livello logico né narrativo. Anzi, direi che viene proprio negata la struttura narrativa. Quindi abbiamo sovrapposizioni, giustapposizioni, elementi diversi che intervengono. E ovviamente il sapore è quello di eventi che hanno piccoli squarci di cose molto normali, molto quotidiane…  Perché in questo spettacolo non accade nulla, tranne piccole cose, lo definirei così.
 
Avevate lavorato a partire da un testo preciso?
La drammaturgia, in generale, per me, non parte mai da un testo a priori: la scrivo lavorando allo spettacolo. Poi, a volte, intervengono dei testi veri e propri: alcuni scritti da me, altri collaborando con i performer. E ci sono anche spesso elementi estratti da altri testi. Per esempio, in “Buffet” c’è un pezzo di Cocteau da “La macchina infernale”, quando si parla dei giocattoli. Quindi i materiali drammaturgici sono molto vari. In genere nei miei lavori, finora, i testi emergono come punte di iceberg, e non c’è mai una struttura sottostante, un testo ben preciso.
 
Per quanto riguarda la mise en espace si nota innanzitutto la cura nella disposizione del cibo, che risulta essere l’unico elemento colorato…
Intanto è una striscia che divide perfettamente la scena dallo spettatore: è proprio una linea che non è un confine, ma una linea di demarcazione. È molto colorato perché ho scelto appositamente cibi proprio fintissimi, con coloranti, tutto da supermercato, cose che simboleggiano il gran consumo in maniera semplice. L’unica cosa che sembra essere viva nello spettacolo è la merce, questo è proprio il punto fondamentale. Mentre noi interpreti siamo molto semplici: anonime, vestite in nero, anche simili tra di noi, pur essendo molto diverse l’una dall’altra.
 
Sappiamo che nelle fasi di selezione, sei stata una delle voci più importanti per quanto riguarda la scelta degli spettacoli di danza e teatro-danza. Quindi volevamo chiederti un po’ i principi che hanno guidato le scelte…
Fondamentalmente mi sono basata intanto sulla mia impressione: su quello che “mi arrivava” dai video. Si tratta soprattutto di questioni legate alla qualità del lavoro, anche nella grande diversità di idee.
Le cose che abbiamo visto a Ubusettete erano davvero differenti fra loro, anche in termini di linguaggio: molti spettacoli erano riconducibili direttamente alla danza, altri più identificabili con il teatro. Anche se oggi fare considerazioni di questo tipo è difficile, perché le categorie sfuggono sempre di più.
Quindi ho valutato il lavoro, il percorso, il linguaggio utilizzato. Tutto ruota intorno al rigore del lavoro, e anche alla sua onestà. Anche rispetto a cose lontane dalla tua sensibilità, dal tuo percorso.
Per quanto riguarda questa grande varietà di visioni, devo dire che non è una scelta intenzionale, ma perché  c’è una grande vivacità dei linguaggi in questo momento.  E credo che Ubu l’abbia dimostrato quest’anno. È  qualcosa che è balzato fuori dai lavori, che dimostra che la ricerca si muove, c’è.
postato da: icommentarii alle ore 12:52 | Link | commenti
categoria:interviste
sabato, 01 dicembre 2007
Incontri di racconti, musiche, culture
Intervista (epistolare) a Sonia Barbosa e Roberto Cardone
 
Come nasce il progetto per "O Porto a Napoli"?
Lo spettacolo è stato creato nell’ambito di "Per altre terre andrò per altro mare", una rassegna organizzata da Angelo Callipo per il Teatro Comunale di Caserta, la cui tematica era, appunto, la fusione di diverse culture. Approfittando di questa opportunità, abbiamo realizzato un progetto che avevamo già in mente, quello di creare uno spettacolo di radici popolari, dove la recitazione s'incrociasse con la musica eseguita dal vivo.
 
Come avete realizzato lo sviluppo drammaturgico? A partire da quali materiali? E secondo quale prospettiva è organizzato il montaggio?
Lo spettacolo è stato costruito sulla "forma" del recital, in cui la scelta dei pezzi ha risposto a tre parametri fondamentali: l' origine (portoghese o napoletana), le nostre preferenze estetiche, e la possibilità di creare dei legami interessanti e ricchi di sonorità e contesto tra i pezzi stessi. Ognuno di noi ha fatto una ricerca di materiali della propria cultura (canzoni, testi, racconti, poesie) "cuciti" poi tra loro creando un percorso di suggestioni, atmosfere, accenni di personaggi, legati da una linea poetica comune, la cui intenzione era ed è portare lo spettatore attraverso un viaggio tra il Portogallo e Napoli. I "nostri" Portogallo e Napoli, naturalmente.
 
Come avete lavorato per arrivare alla mise en espace, a livello di costruzione del rapporto fra i due interpreti e fra i vari personaggi?
All' inizio abbiamo lavorato principalmente sulla parte musicale (è la prima volta che suoniamo e cantiamo insieme), in modo da creare un' amalgama tra suono, voci ed interpretazione. Il lavoro si è basato molto sull' improvvisazione e il gioco teatrale tra i due interpreti, arrivando a queste suggestioni di viaggio, di incontro, di possibile amore tra due stranieri che si ritrovano assolutamente vicini e complici, in un vortice di situazioni diverse ma simili.
 
A proposito di spazio scenico e rapporto col pubblico: quanto influisce la costruzione dell'atmosfera nella partecipazione dello spettatore? Quali accorgimenti avete adottato per creare un ambiente cosi coinvolgente? Cosa ne pensate di com’è andata a Ubusettete?
Ovviamente in questo spettacolo il rapporto con lo spazio scenico e principalmente con il pubblico, (come sempre nel nostro mestiere, ma in questo caso anche di più) sono fondamentali. Senza questo legame, un filo di respiro ed emozioni fra noi e il pubblico, é difficile che si realizzi l' intento dello spettacolo. La fiamma con cui apriamo è appunto un modo per accendere questa complicità. Insieme all' atmosfera sonora, che subito coinvolge e porta per mano in una dimensione onirica, e al racconto diretto fatto al pubblico (come una nonna ai suoi nipotini intorno al fuoco), abbiamo anche scelto una costruzione luci che favorisse questo incontro tra intimità, sorpresa, comicità e "saudade" (la famosa mailinconia portoghese).
Siamo rimasti molto contenti di come è andato lo spettacolo a Ubusettete. Abbiamo avuto riscontri positivissimi, e pensiamo che sia stata una replica in cui la giusta atmosfera e il giusto scambio tra interpreti e pubblico siano avvenuti, avendo ancora una volta conferma del nostro lavoro dopo il Teatro Comunale di Caserta e "Il Cantiere" di Roma.
 
Qual è l'oggetto (concreto o concettuale) più importante/significativo dello spettacolo?
La comunione tra "saudade" e "apucundria". L' atmosfera leggera, dolce e coinvolgente.
postato da: icommentarii alle ore 14:02 | Link | commenti (5)
categoria:interviste