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Il PataBlog è un osservatorio di critica indipendente su Ubu Settete! Fiera di alterità teatrali. La redazione si occupa di realizzare interviste con artisti, organizzatori, spettatori, nonché di offrire alcune chiavi di lettura degli spettacoli e di contestualizzarli in rapporto l'uno all'altro: a fianco ai dialoghi ci saranno domande aperte, recensioni, presentazioni, commenti sull'atmosfera del festival e riflessioni sul teatro. La redazione di Patablog ha seguito anche
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lunedì, 26 novembre 2007

A caccia del padre

Sabato 17 novembre, ore 22
Da Siena, Straligut Teatro in: “Salmo 151a”

In scena una gabbia, un trono, una torre di casse audio. I personaggi che ci vivono dentro – che poi scopriremo essere figlio, madre e padre – si muovono con estrema cautela, almeno inizialmente: tace il padre, immobile la madre, movimenti minimi ed equilibrati per il figlio. Ma l’azione sobria – talmente misurata che par essere giocata – si sfalda presto e il dialogo quieto lascia pian piano spazio alle esplosioni emotive dei protagonisti: un uomo alla folle ricerca della fede e sua madre che tenta di farlo ragionare.
Il dubbio che questi non siano elementi di una famiglia qualunque è presto realizzato: sull’azione si innesta fin da subito un senso di metafora divina e infatti quello che il protagonista chiama padre, altri non è se non il Padre dell’uomo. Il figlio, mutilato e ossessionato, chiuso in gabbia e costretto su una sedia a rotelle, è un Giobbe contemporaneo in cerca di conferme. All’inizio sembra vittima di qualche tortura orrenda, poi, attraverso passaggi drammaturgici delicatissimi, si rivela carnefice di se stesso e dei suoi cari: realizza la ricerca della fede attraverso privazioni e imposizioni folli, trascinando nelle sue manie anche la madre e il figlio che non sa ancora di avere. Lo spettacolo sviluppa un’azione tragica spezzettata che sa lasciare spazio alla gag, offrendo al pubblico, all’interno di uno spazio enigmatico da cui prendono vita le inquietanti interpretazioni calibrate di Tommaso Innocenti e Rita Ceccarelli, uno sguardo tagliente e disincantato sui rapporti umani.
Così il tessuto cattolico è un sistema di riferimento – anche estetico – sul quale si innestano problematiche estremamente attuali, dal tema degli uomini che non vogliono crescere a quello dei difficili rapporti inter-generazionali nella famiglia.
È il rigido percorso spirituale del protagonista a mantenere incasellati tutti gli altri in delle sorta di nicchie inviolabili. Ma la vita  continua a scorrere e gradualmente, per scosse successive, ogni isolamento è sovvertito: ad un tratto nella gabbia cade un’altra cassa, un altro figlio che cerca di comunicare col protagonista, e poi la madre si alza per passare un telefono al figlio, che è costretto dunque a comunicare con l’esterno.
La conferma, attesa dalla colonna di casse audio, naturalmente non arriva: l’attesa si conclude con la filastrocca dell’arrotino. Il figlio afferra un gancio che cala dall’alto. Poi il buio: ognuno in cuor suo sa se quel gancio è diventato una via per la realtà, oppure l’ennesimo tentativo di fuga fallito con cui si conclude ogni giornata del protagonista.

 Roberta Ferraresi


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lunedì, 26 novembre 2007

Le partigiane del teatro
Intervista a Laura Pacelli, Francesca Montanino, Valentina Rinaldi di Tubal Libre

Com’è nato “Due volte mia”?
Francesca Montanino:
lo spettacolo è nato con il testo, quindi dopo ne potrà parlare meglio Laura che l’ha scritto. Abbiamo avuto la possibilità di fare una serie di spettacoli dedicati alla storia delle donne italiane nel ‘900. Mi ha sempre appassionato sia l’argomento della storia dell’indipendenza femminile sia il fatto di poterla osservare sotto tanti diversi punti di vista: dall’emancipazione politica a quella sociale, a quella più personale e  individuale. Due anni fa abbiamo fatto uno spettacolo corale, “Racconto per Emma”, in cui c’erano dieci attori, che trattava il dopoguerra e la maternità, un aspetto molto intimo e personale ma che riflette tutta la condizione sociale delle donne in quel periodo.
Allo stesso tempo Laura si stava laureando con una tesi sulle scrittrici partigiane abbiamo pensato che sarebbe stato interessante analizzare di quest’epoca anche questo aspetto. È un tema che viene spesso lasciato in secondo piano perché appunto l’importanza che hanno avuto le donne nella resistenza è stata rivalutata da poco. Così Laura ha cominciato a scrivere il testo e poi sono iniziate le prove. Abbiamo fatto di necessità virtù, perché siamo un gruppo che nasce autofinanziato completamente: quindi uno spettacolo con dieci attori è difficilissimo da portare in giro e difficilissimo da gestire a livello di costi. In tre invece siamo completamente malleabili, cioè andiamo dove ci chiamano.

Laura Pacelli: Questo testo è stato quasi una necessità… Preparandomi per la tesi – principalmente basata sulla letteratura e quindi sulle scrittrici che fecero la resistenza – sono andata in varie biblioteche, ho fatto un sacco di ricerche e sono giunta pure a collegarmi con l’ANPI (l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani), che pubblica “Patria”. Scartabellando fra i vari numeri della rivista ho trovato numerosi racconti di Walchiria Terradura. Li ho trovati molto interessanti perché evidenziavano la necessità di liberarsi dal nazifascismo ma anche l’istanza di emancipazione femminile – caratteristica che si ritrova nello spettacolo ed anche nel titolo del testo. Diversamente da quanto era successo nell’800, in cui gli eventi di emancipazione femminile erano esclusivamente movimenti intellettuali ed individuali, con la resistenza, per la prima volta, si ha il primo movimento di massa in cui le donne di tutti i ceti sociali capiscono l’importanza di ciò che vanno affrontando e prendono coscienza del valore della loro partecipazione a questa esperienza. Nei racconti di Walchiria Terradura c’era tutto questo, così l’ho contattata tramite l’ANPI e sono andata da lei. Ho scoperto che è ancora una partigiana, è “tostissima”, è veramente forte, ha ottant’anni ma sembra averne venti, parla molto spiccio…
F. M.: É la donna con cui si concludeva il filmato. Alla fine dello spettacolo c’è un primo piano di lei e ha questi occhi che ti magnettizano.
L. P.: La prima volta che la vidi non riuscii neanche a guardarla più di tanto negli occhi perché mi sembrava che avesse tutta la sua storia scritta là… Sono giunta subito ad un rapporto molto stretto con lei, mi ha raccontato tutta la sua storia e in particolar modo anche le difficoltà che lei stessa ha dovuto incontrare con i partigiani maschi… A giugno 2006 c’è stato un tentativo di riforma costituzionale, Walchiria mi ha chiamato disperata e mi ha detto: “tu sei giovane, adesso la voce è la tua, quindi cerca di fare qualcosa perché non è possibile che noi abbiamo dato il sangue perché venisse scritta questa costituzione e adesso vogliono ritoccarla”. Mi ricordo tutto benissimo, stavo sul terrazzo della Facoltà di Lettere, stavo studiando per la tesi ed era una giornata fighissima. Ho chiamato Francesca e le ho detto che era necessario fare qualcosa: nel giro di un mese e mezzo ho scritto il testo ed è nato “Due volte mia”, che in realtà è un’elaborazione letteraria, logicamente diversa rispetto alla rappresentazione teatrale. Infatti mentre lavoravamo in teatro, ci sono stati tagli vistosi e anche delle aggiunte, tant’è che inizialmente non c’era neanche l’introduzione dei versi a scandire il passaggio da un monologo all’altro.
F. M.: Erano soltanto dei passaggi: semplicemente la staffetta raccontava un passaggio da una regione all’altra, da un territorio all’altro. Poi abbiamo capito: uno lo scambio c’è, il far convivere la poesia, il ritmo del verso con quello della prosa era più interessante e poteva dare uno stacco anche musicale.
Tra gli altri cambiamenti una cosa importante è che all’inizio questo testo era concepito per due persone e quando poi abbiamo cominciato abbiamo capito che scenicamente parlando era molto meglio lavorare in tre, avrebbe reso tutto più fruibile.

Come avete lavorato poi per quanto riguarda la mise en espace, il passaggio dalla parola all’azione?
F. M.: Abbiamo cominciato, dopo averlo letto…anche perché il lavoro che ho fatto con Laura per me è assolutamente nuovo, nel senso che io vengo da un altro tipo di approccio: per me il lavoro di scrittura è associato direttamente alla pratica scenica, quindi se io non parto con un lavoro d’improvvisazione mi viene difficile scrivere per il teatro. È il primo esperimento che facevo di un testo scritto prima che si cominciasse a lavorare; quando poi lo abbiamo messo su e abbiamo visto come si è trasformato, per esempio, con i nostri corpi, attraverso le improvvisazioni sui personaggi, dei dialetti, dei toni che cambiavano… Volevamo cercare di lavorare sulla semplicità totale, su togliere ogni cosa superflua, su pochi gesti e cercare di ripulirli sempre di più.
Un’idea che ci è venuta il giorno del debutto, per esempio, è stato il finale: a un certo punto c’era questo tavolo e abbiamo detto: vabbè cosa facciamo? Ci sono anche questi veli da sposa, che rappresentano il fatto che loro appendono il cappello al chiodo, come si dice, appendono i loro ruoli per un attimo al chiodo e vanno a fare le staffette, a combattere eccetera… Alla fine della resistenza si è cercato un po’ re-incasellare le donne nei loro ruoli, fino al movimento degli anni ’60, ’68, ’70. Quindi abbiamo pensato di fare il finale con il giudice che deve dare le medagliette, deve incerimoniare la donna, rimbalsamarla nel suo ruolo.

L. P.: Infatti la soluzione non è felice alla fine. Voglio dire comunque sia si mantiene tutto come una sorta di canone sospeso, l’ambiguità vige sempre, perché al di là degli impacchettamenti retorici con cui si è voluta riformulare la Resistenza, c’è anche un falso moralismo da parte di coloro che comunque celebrano queste donne in ogni modo, ma in realtà poi non fanno effettivamente nulla.

Valentina Rinaldi: Io non c’ero, non dovevo esserci e invece ci sto e le ringrazio. Laura perché riesce scrivendo a dire cose che sento e che magari non ho la capacità di dire o di scrivere, però grazie a lei posso dirle in scena e spero…io ci metto tutto quello che c’ho dentro…e Francesca perché mi aiuta a trovare il modo per dire le cose e quindi raccontarmi anche e cercare di non farlo nel modo più semplice… Ho fatto un lavoro molto più mio tramite loro… sono venuta a conoscere una realtà che si conosce magari tramite scuola ma a livello storico e invece questo lavoro mi ha avvicinato ad un mondo, mi ha fatto conoscere un mondo. Come sensibilità magari sono vicina di mio, magari avrei fatto la partigiana, molto probabilmente, sicuramente si… magari ero lenta, perché io sono pigrissima, non so in bicicletta come mi sarei gestita… però lo sento molto, lo sento molto e mi piace, mi piace farlo, mi piace star lì e poter usarmi per un qualcosa in cui credo. E poi mi piace che la gente ogni tanto ride anche. Io piango tanto ogni volta che provo… e io so una un po’ pesante… e quest’anno ho scoperto che invece a volte riesco a strappà un sorriso alle persone…


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lunedì, 26 novembre 2007

Il ritorno di Santa Barbara.

Domenica 18 novembre, dalle ore 20.45
Da Roma, Compagnia Denoma
in: “La festa di Santa Barbara (consolazione – vestizione – processione)

Si è conclusa con altri tre frammenti La Festa di Santa Barbara.
Consolazione, Vestizione e Processione le parti a cui abbiamo assistito questa sera. Come un fantasma fluttuante la protettrice dei minatori si aggirava per gli spazi del Rialto, i primi due quadri hanno avuto luogo nel foyer, il terzo - e ultimo - nello spazio del bar.
Durante Consolazione l’attrice mangiava e distribuiva ostie tra il pubblico, come in un banchetto sacro, quasi a saziarsi della sua fede trovata, unico affetto che le resta.
La musica che accompagna Vestizione è coinvolgente, dal sapore arcaico che rievoca il sud dell’Italia, come in tutta la performance si respira un’aria un po’ retrò. In questo frammento la santa abbandona gli abiti da bambina e indossa quelli di donna: un vestito nero che lascia scoperte braccia e spalle e che porterà fino alla fine dello spettacolo.
Terzo momento: Processione, il più suggestivo, forse, dei tre, soprattutto per la location che si adatta perfettamente a ciò che viene raccontato: il bar, dove le pareti bianche lasciano spazio ad un lungo bancone di legno scuro e a un icona sacra in pietra raffigurante una madonna. Proprio come in una chiesa. La performer è in piedi con un enorme rosario al collo a sottolineare il peso della religione che porta addosso. Inizia una danza, un girotondo, che la condurrà al tragico finale della morte.
Con movimenti volutamente poco fluidi la performer - Romina De Novellis, che ha curato anche le scene, i costumi e la regia - impersona la santa bambina illustrandoci la sua storia, che, forse, rimane ermetica per chi non la conosce.
Pochi gli elementi scenici che entrano in gioco, il corpo e la musica sono i protagonisti di questo triste racconto che abbiamo visto prendere forma in due serate e che ha fatto buon uso dello spazio in cui si è trovato ad agire.

Paola Granato

 

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lunedì, 26 novembre 2007
Un origami per De Sade
 
Domenica 18 novembre, ore 22.15

Da Roma, Federica Lenzi
in: “Il Serpente e la Rosa”
 
Lo spettacolo Il serpente e la rosa, di cui Federica Lenzi è protagonista nonché regista e autrice, ripercorre la vita di De Sade attraverso gli occhi della moglie Rénee Pélagie.

Donna forte quella che la Lenzi ci presenta sul palco, che è rimasta vicino al marito, il discusso Marchese, per tutto il tempo della prigionia, per poi allontanarsi da lui.

Una scenografia spoglia, un telo nero come sfondo e l’attrice che, a piedi nudi, danza e gioca con un telo, con delle rose, con degli origami.

Una donna chiaramente divisa in due. La Lenzi indossa, infatti, un guanto di pelle e compie movimenti che mettono in contrasto la parte destra e quella sinistra del corpo, proprio a sottolineare lo scontro che vive questa donna combattuta tra l’amore per il marito accusato di crimini scomodi e i valori della borghesia più conservatrice.

Un lungo monologo che unisce le opere di De Sade, il testo di Mishima e Shakespeare recitato con passione e padronanza tecnica che ci fa scoprire una
figura controversa come quella di De Sade, e forse anche poco raccontata, sotto un altro aspetto, quello degli occhi di chi lo ha amato veramente: Je ne respire que pour toi, non respiro che per te, scriveva la Pélagie a De Sade durante il carcere.
 
Paola Granato
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lunedì, 26 novembre 2007

A proposito della costruzione di uno spettacolo
Intervista (epistolare) a Tommaso Pitta di Baby Gang


Come nasce l'esigenza di sperimentare una drammaturgia così particolare? È una cifra della vostra ricerca o è il primo lavoro di questo tipo?
Ho incontrato Domenico Scandella mentre preparavo un esame di storia moderna, in un'antologia di documenti dell'epoca, e ne sono rimasto impressionato. L'anno dopo, a scuola (Paolo Grassi), ci è stato chiesto di preparare un monologo: così è nato questo spettacolo.
É il primo lavoro di questo tipo, anche perché è il mio secondo e per ora ultimo lavoro. É in effetti un tipo di drammaturgia particolare. Non si tratta di un monologo, ma di un dialogo: non c'è quindi quell'imbarazzo dovuto al fatto che non si sa a chi si stia parlando e perché, e la storia non è raccontata dal personaggio ma è vissuta dal personaggio, come in una qualunque classica drammaturgia;  vi è però un solo attore. Questa struttura dialogica per un solo attore consente di dare largo spazio alla parola, senza che ciò risulti macchinoso, e la completezza e la bellezza della parola possono risultare molto efficaci in termini di suggestione narrativa. Oggi il pubblico è abituato alla velocità e alla molteplicità del linguaggio della televisione e del cinema, velocità e molteplicità a cui il teatro non può stare dietro. Tuttavia il teatro può ospitare la parola, e talvolta la parola può avere una forza suggestiva che supera quella dell'azione mostrata, e la parola recitata può avere una forza suggestiva che supera quella della parola letta. Questo tipo di struttura drammaturgica ci è sembrato un buon modo per raccontare oggi una storia che avesse senso raccontare e che non potesse essere raccontata che a teatro.
Abbiamo poi usato una voce e non un attore per l'inquisitore perché abbiamo voluto raccontare, più che una storia che denunciasse i mali della chiesa
cattolica, una parabola dell'incontro di un uomo con il potere. Abbiamo
pensato che, astraendo l'inquisitore in una voce dal tono pacato e inamovibile, lo spettatore avrebbe potuto cogliere il carattere di universalità che noi abbiamo visto nella vicenda di Domenico Scandella.

Come avete lavorato nel costruire la partitura scenica e il suo sviluppo?
Un'altra particolarità di questa drammaturgia è che, a livello di intreccio, nelle scene non vengono poste delle domande a cui le scene successive danno delle risposte per poi porre altre domande, come per ogni drammaturgia classica, e quindi c'era il rischio di perdere l'attenzione del pubblico, appunto perché all'interno di una scena non vi è quasi mai alcun tipo di evento che cambia la situazione. Abbiamo pensato che un modo per affrontare questo problema fosse quello di creare per ogni scena un'immagine forte e compatta, che avesse una forza di impressione che potesse in qualche modo occupare la mente dello spettatore al posto del processo dialogico di domanda-risposta che solitamente mantiene viva la sua attenzione. La partitura scenica è stata concepita a partire da questa esigenza.

Qualcosa sull'ambientazione: la pedana ricorda “Le Grand Inquisiteur” di Peter Brook, c'è un rapporto diretto con questo allestimento? E se no, come mai avete deciso di sviluppare tutto lo spettacolo all'interno di una pedana?
Premesso che ci mette un po' in imbarazzo parlare del rapporto tra questo lavoro e uno spettacolo di Peter Brook su un testo di Dostoevskij, c'è un rapporto con questo allestimento nel senso che il tema e la struttura dialogica per un solo attore sono esattamente gli stessi (la differenza sta in quale interlocutore è posto al centro dell'attenzione), anche se non mi ricordo di essere stato, almeno consciamente, influenzato da questo spettacolo, non credo neanche di averlo visto prima di avere concepito il nostro spettacolo.
Lo spettacolo è sviluppato tutto all'interno di una pedana perché, sempre avendo come obiettivo la suggestione, abbiamo voluto rispettare uno scrupoloso realismo solo fin dove potevamo essere adeguatamente scrupolosi, e dove non c'era questa possibilità abbiamo preferito evitare qualunque altro tipo di segno. La pedana ha una funzione di proposizione dell'attore al pubblico, e si presta a raccontare l'isolamento del protagonista e, con l'ausilio delle luci, diversi ambienti (una prigione, un patibolo eccetera). Nell'allestimento originale la pedana poi è alta un metro e il pubblico gli sta attorno su tre lati, come se si fosse in una piazza pubblica, ma non sempre i teatri si prestano a utilizzare lo spazio in questo modo.

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sabato, 24 novembre 2007
Domenica 18 novembre, ore 23 
Da Bari, Fibre Parallele Teatro in: "Mangiami l'anima e poi sputala"

Che Gesù Cristo ci tenesse a proclamarsi uomo fra gli altri uomini già si sapeva. Ma certo poi dipende dal concetto di uomo... Quello di Fibre Parallele Teatro offre uno sviluppo decisamente “letterale”: il Cristo di “Mangiami l’anima e poi sputala” comincia scendendo dal crocifisso, qualche momento dopo la prodigiosa animazione chiede una sigaretta, mangia e beve come tutti – e si fa servire, annoiato in poltrona, come un uomo qualsiasi… La sua resurrezione si rivela percorso verso un altro martirio: la donna per cui si è fatto nuovamente uomo – e a cui offre tutto il suo amore – è troppo chiusa negli schemi imposti dal bigottismo della nostra società per poterlo comprendere e ricambiare.
Tutte le divertenti invenzioni che si susseguono in scena, proprio per questo poderoso accumulo, coinvolgono moltissimo lo spettatore, usando tutti i cliché dell’uomo e delle coppie contemporanee.
Ma questa partecipazione indotta, che strappa sorrisini e risatone, è un inganno magistrale: fra i vuoti dei diversi sketch si insinua per gradi un retrogusto tragico impossibile da individuare, ma che si può solo, in alcuni momenti, annusare. Il pubblico è talmente dentro la storia della bizzarra convivenza e gli alti e bassi di quello che sembra un normale – e perciò folle – rapporto a due, che il finale è un trauma, quantomeno visivo: dopo il matrimonio quella che doveva essere la prima notte di nozze si trasforma in tragedia ed è vera carne in brandelli quella che la protagonista continua a colpire sul boccascena. I due bravissimi attori non perdono un attimo e sono in grado di orientare l’attenzione dello spettatore verso l’emozione desiderata, dal riso al pianto all’ansia, conducendolo attraverso uno spettacolo capace di parlare con tanta immediatezza e senza retorica del pesante bigottismo tutto nostrano.

Roberta Ferraresi
 




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sabato, 24 novembre 2007
Nell'universo del simbolo
Intervista a Fabrizio Trisciani, Tommaso Innocenti e Rita Ceccarelli di Straligut Teatro
 
Volevamo chiedervi innanzitutto qualcosa a proposito della nascita di "Salmo 151a"…
Fabrizio Trisciani: Iniziamo dalle cose semplici: è nato l’anno scorso, è stato un lavoro tanto difficile quanto veloce: nel giro di in un mese è stato scritto, allestito e ha debuttato.
Così come accade a chi scrive, ci sono degli argomenti che mi stanno a cuore di cui cerco di capire di più e la scrittura mi aiuta a svolgere al meglio possibile questa riflessione.

E specificatamente a livello drammaturgico…
F. T:
È stato un po’ laborioso, perché la scrittura è iniziata da me, poi ho continuato insieme a Francesco che mi ha aiutato a portare a termine il lavoro, così abbiamo avuto il copione, dopo di che siamo andati in prova e abbiamo continuato a lavorare sul testo.

Dov’è ambientato lo spettacolo?
F. T:
Dov’è il contesto?
Tommaso Innocenti: Il contesto ci perseguita!
F. T: Il lavoro, a livello drammaturgico e scenico, è stato fatto col proposito di togliere qualsiasi riferimento spaziale e temporale, qualsiasi appiglio, lavorando soprattutto sul simbolismo e sulla metafora. Quindi quello non è uno spazio reale.
T. I.: È un contesto straniante, non ha riferimenti spazio-temporali. Ciò che rimane in piedi è l’allegoria: un insieme di metafore che creano un contesto interpretabile in più modi…
F. T: Che per me serve anche per stemperare la componente autobiografica, ogni sorta di riferimento personale…
T. I.: Lui non te lo dirà mai, così te lo dico io… Lo spettacolo è intriso di tanti riferimenti autobiografici da parte di Fabrizio, che l’ha scritto. I personaggi sono anche persone reali, ma nella sua vita hanno un certo contesto, un significato specifico… Ma presentati al pubblico sul palcoscenico perdono chiaramente questa forma. Il lavoro si è svolto su due piani a partire da questa base autobiografica: mantenere per lui e per noi il suo senso, però acquisire anche un senso che fosse per ognuno interpretabile…
F. T: Cercare di aprire struttura che sembra chiusa.
T. I.: Il modo che abbiamo trovato è stato di giocare molto sui simboli, perché per definizione non hanno…
F. T:
…una lettura univoca.

Questa simbologia si muove da un unico sistema di riferimento?
T. I.:
La simbologia va su almeno due piani principali, che sono una religiosa, quindi con elementi che tutti – credenti o non – hanno dentro di sé. Sono simboli con cui chiunque si è confrontato, fanno parte della nostra cultura
F. T:
Fanno parte della simbologia cattolica.
T. I.:
E poi c’è l’altro livello, altrettanto universale, è quello dei rapporti famigliari: mamma e figlio sono Gesù e la Madonna, ma sono anche madre e figlio in carne ed ossa, con tutte le loro problematiche relazionali reali…
F. T:
E, allo stesso modo, il padre è dio ma rappresenta anche un padre…
Rita Ceccarelli: "… il pappone, il volpone…

Come siete arrivati a far parlare l’altro figlio, il "fratello", dalla cassa? Invece che una presenza fisica o una semplice voce registrata…
F. T:
Questo spettacolo è la continuazione di un lavoro che sto e stiamo facendo sui nuovi media e sull’utilizzo delle varie tecnologie nello spettacolo teatrale. La tematica in questo caso si confaceva all’utilizzo delle voci off… E poi perché in principio era il Verbo, quindi niente di meglio che ridurre alcuni personaggi a una cassa che parla, a una voce.
T. I.: Poi questa scelta credo si sposasse anche all’aumentare la solitudine del personaggio.
F. T: E poi anche a continuare a togliere un contesto.I personaggi sembrano come chiusi nei loro spazi individuali. Volevamo chiedervi che funzione ha questa strutturazione spaziale, sembrano quasi delle stanze…
T. I.: …delle nicchie.
R. C.: Infatti sull’unico momento in cui la madre ha un contatto reale col figlio ne abbiamo discusso molto: era l’unica volta in cui c’era un attraversamento da uno spazio a un altro. Però è stata una scelta consapevole, con l’intenzione di far muovere qualcosa: nello spettacolo si racconta di come questo spazio che lui si è creato sia un limite, una protezione, ma anche di come possa anche essere in qualche modo infranto.

La madre è quella che lo stimola e lo spinge ad uscire dall’isolamento, che gli propone un figlio, gli porge un gancio: una sorta di strada per la salvezza
F. T:
Anche lo spazio è simbolico, non sta altro che a rappresentare i ruoli: non a caso il figlio sta in una gabbia e la madre è su un trono, e non a caso il trono occupa una posizione più elevata rispetto al figlio, non a caso il fratello casca nella gabbia e il padre sta fuori dalla gabbia…
T. I.:
Siccome lo tengo su due binari, quello simbolico-religioso e quello simbolico-famigliare, sul piano del discorso spirituale, quello della fede, la gabbia sembra qualcosa di esterno al personaggio dentro al quale lui si è trovato, immerso e perso, mentre poi ci si rende conto che essa potrebbe essere evasa in qualsiasi momento: ad esempio, le sbarre non sono di ferro, ma sono fili di pvc e lui si potrebbe alzare in qualsiasi momento ed uscire. Così stare nella gabbia diventa una scelta, di ricercare la sua fede attraverso la privazione, sia fisica che spaziale. Il trono rappresenta questa mamma "angelicata", messa in alto, che è in alcuni punti però è bestemmiata: è lui che ce la mette e che la fa scendere.
Anche sul piano dei rapporti famigliari, lo spazio rappresenta questa mamma protettiva e un po’ carceriera. E il momento in cui viene attraversata la gabbia, il momento in cui c’è il contatto è quando c’è la voce del figlio. Succede in tutte le famiglie: quando il figlio diventa padre c’è un momento di riavvicinamento coi propri genitori, perché si ritrovano finalmente su dei ruoli paritari.
R. C.: …ho piccolo figlio psicologo…
T. I.:
Questo figlio-nipote è uno strumento per avvicinare i personaggi su un piano paritario: lei scende dal trono e lui alza la mano.
F. T: Anche se il piano paritario si raggiunge solo a fine spettacolo, col gancio e la salita sulla sedia. In ogni caso è importante dire che scenicamente sembra che lui sia imprigionato, mutilato e passivo, mentre in realtà è lui il demiurgo di tutto questo.

A proposito del finale: è un lieto fine? E, soprattutto, va a finire?
T. I.:
Sicuramente la situazione cambia, sempre sui due binari. Sul livello religioso, di ricerca della fede, c’è un’evoluzione, che è uno sganciamento da questo tentativo fallimentare del raggiungimento di un contatto col divino attraverso una privazione fisica e un discorso razionale.
L’appigliarsi al gancio che lo porterà alla fine fuori dalla gabbia rappresenta l’abbandono di questa strada. E sul piano della metafora famigliare anche qui c’è un’evoluzione: il personaggio uscirà dalla gabbia, ma ciò significa che dovrà vivere la propria vita…
F. T:
In ogni caso il finale rappresenta un passaggio di stato.
T. I.:
Quindi se la domanda riguarda il lieto fine, ti posso rispondere personalmente: non è una fine, ma di sicuro è un momento lieto. Si va verso una cosa di qualità superiore, che porterà ad altre problematiche.
F. T: Si arriva a un gancio, a un’esortazione: "ultreia, suseia" che magari non si capisce bene cosa significhi…
R. C.:
Allora adesso spieghiamolo…
T. I.:
È il nostro karma, da un anno e mezzo
F. T.: Quando due pellegrini in viaggio verso Compostela si incontrano, invece che dirsi buongiorno e buonasera, si dicono "ultreia, suseia". "Ultreia" significa vai oltre, oltre nel cammino, e quindi avvicinati a Compostela. Perché andando oltre, ultreia: suseia. Cioè ti avvicini e ti elevi.
T. I.:
Quindi vai oltre, vai più in alto.
F. T: Anche qui abbiamo il doppio binario famigliare…
T. I.:
Infatti la simbologia del gancio rappresenta un’opportunità, una possibilità di qualcos’altro, ma lì finisce lo spettacolo, quindi chissà.
Da personaggio ho sempre preferito pensare che sfruttasse questo gancio, perché serve a me: dopo tutta questa gabbia, c’è un’utilità nel prendere questo gancio e andarsene… mi salva. Però questo viene lasciato all’interpretazione: dipende da come ognuno si vive i propri rapporti famigliari e con la spiritualità.
F. T:
Tornando alla domanda iniziale, cioè come nasce lo spettacolo. A me questo spettacolo stupisce. È stato, come dire, profetico. L’ho scritto nell’ottobre dell’anno scorso e dopo qualche mese mi sono reso conto che quella metafora è diventata lo scenario dove realmente mi trovavo. La cosa che mi stupisce più di tutte, proprio nel senso di profezia, è che il personaggio di Tommaso si trova di punto in bianco ad avere a che fare con un figlio di cui non sapeva l’esistenza e io dopo uno o due mesi ho scoperto di aspettare un bambino.

Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale.E per quanto riguarda il rapporto col pubblico…
F. T:
Replica di ieri siamo rimasti un po’ spiazzati dalla reazione del pubblico: l’abbiamo messo in scena tre o quattro volte negli ultimi mesi e abbiamo avuto sempre reazioni molto composte, un pubblico silenzioso, in riflessione, in ascolto. Mentre ieri ci siamo stupiti, perché le parti che consideravamo più divertenti sono state apprezzate e questo feedback da parte del pubblico c’è stato anche per le parti che ritenevamo più seriose.
T. I.:
Lo spettacolo è calibrato sempre su due registri: ci sono parti molto riflessive che vengono sempre ribaltate, come se quando i personaggi arrivassero vicini a una verità e poi attraverso la maschera, attraverso il gioco – dei comportamenti infantili – la sublimano e si difendono. Ci sono parti vitali e…
R. C.: C’è l’intimo e il grottesco…
T. I.:
E la sera scorsa è passato di più il lato grottesco. Però ogni rappresentazione fa un po’ storia a sé…
F. T: Non è un giudizio di valore, è una riflessione, che ci serve molto per capire cosa arriva al pubblico. Ecco, ad esempio, noi, fino a ieri sera eravamo convinti che di questo spettacolo arrivasse la parte più intima, più riflessiva e meno il gioco, il grottesco. Invece ieri sera è stato il contrario. Secondo me può esser stato causato in parte dallo spazio che avevamo a disposizione: mentre in un teatro all’italiana, classico, con il palco distante e separato dalla platea…
T. I.: L’intimità era salvaguardata dallo spazio.
F. T.: Qui?
R. C.:
Essendo più a diretto contatto eravamo più "nudi"…
T. I.: Credo che il fatto di essere stati così vicini, in uno spazio così intimo, abbia permesso anche al pubblico di utilizzare questa sorta di protezione attraverso il gioco. In un teatro all’italiana dove c’è questa distanza, quello che succede in scena è altro, quindi sei meno coinvolto, invece in uno spazio così questi temi abbastanza forti ti invadono anche fisicamente come personaggio…

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sabato, 24 novembre 2007
Il lavoro di Ygramul
A colloquio con Vania Castelfranchi
 
Com’è nato lo spettacolo?
"Edzi Re" non è il primo spettacolo che nasce sull’impronta del nostro studio sull’antropologia teatrale: da tanti anni lavoriamo cercando di creare una metodologia di costruzione di uno spettacolo antropologico, che si basa su alcune cose che ha narrato e ha vissuto Eugenio Barba sull’evento che gli attori devono vivere, esperienziale, sulla loro pelle e poi riuscirlo a travasare attraverso una drammaturgia scritta corporea o vocale.
Ci vuole, quindi, un’esperienza fisica molto presente, di reale contatto, senza filtri. Perciò abbiamo fatto viaggi in Brasile, in Amazzonia… e poi siamo andati in questo piccolo paese che si chiama Malawi: in qualche modo era un luogo degli estremi, dove gli attori potevano entrare in diretto contatto con l’estremo dell’Aids. Lo spettacolo è nato da questa idea di viaggio: abbiamo vissuto un mese e mezzo in Malawi, siamo stati in tanti villaggi guidati da una sorta di capa che si chiamava Imafuta. È una capa di un’associazione di persone che hanno avuto dei parenti morti per Aids e che organizzano una specie di soccorso nei villaggi per portare materiali ma soprattutto per portare informazione attraverso questa donna. Da questo viaggio nasce una parte del testo molto diaristica, nel senso non sciocco del termine: non semplicemente fatta da quello che ci è accaduto, ma da quello che si è vissuto personalmente… anche dalle contraddizioni, da quello che si potrebbe chiamare "La mia Africa" per ogni attore. La drammaturgia è questa rete di pagine, scritti, anche idee molto spesso vocali e corporee, fotografie e filmati che vengono da dieci teste diverse che hanno vissuto quel viaggio.
Dall’altro lato si affrontano dei temi solitamente nei nostri percorsi di viaggio, come un antropologo che va a studiare un luogo e si immerge in quel luogo ha bisogno di un filtro: deve avere una tematica, una sorta di corrimano, altrimenti il labirinto è troppo complesso. Noi avevamo come tematica quella dell’Aids, sviluppandola lì abbiamo cominciato a collegarci dei testi. Un testo col quale eravamo già partiti, che era lo spettacolo che facevamo lì in Africa, era, appunto l’Ubu Re, perché dal nostro punto di vista una delle tematiche molto forte sull’Aids era la quella del re, del regno: lavorando a Roma con dei malati di Aids in alcune comunità, una delle tematiche più belle sulle quali il lavoro era stato stimolato era che in realtà questa malattia veramente non si comprende se esista o meno, se ci sia, è più come una dittatura. Si entra in un clima che è questo della sieropositività come se si fosse dentro a un regime autoritario e molto forte, dove uno sente che gli sono negati tutti i diritti però nella concretezza non è sicuro di vederla questa cosa: sa che non si può affaticare, sa che non si può ammalare in nessun modo, sa che si deve proteggere da tutte le altre persone perché ognuno porta dei germi che gli fanno del male, sa che deve avere una terapia molto intensiva costosissima, che non si può permettere quasi sempre. Ma queste informazioni sono tutte condizioni veramente da dittatura: nessuno ha la certezza che tutto questo sia vero, perché i medici non sono certi al cento per cento, nemmeno gli psicologi, nessuno ha la certezza.
Quindi avevamo lavorato sul concetto del regno, sull’Ubu che è un re, un re assurdo, folle, patafisico, e al nostro ritorno abbiamo acchiappato le parole di Sofocle sul re Edipo, perché veramente in maniera profonda con Sofocle riuscivamo a capire come il concetto di regno e di re è quello di non coscienza, cioè dove si accetta un re e una dittatura non c’è la coscienza, perché il re - come Edipo - è il primo a non avere coscienza di quello che ha fatto, dei reati che ha commesso e quindi più il popolo accetta il re più il popolo si addormenta e diventa lui malato.
 
Perché rappresentare la vostra esperienza con una scenografia del genere, a me ha dato la sensazione che fosse qualcosa di realmente pesante e però qualcosa attraverso la quale si poteva anche urlare.
In realtà ci sono, come al solito, tante connessioni però, fondamentalmente erano importanti vari elementi: prima di tutto il fatto che noi ci affidiamo al ferro e viviamo in strutture fatte di ferro e di cemento che crediamo solide, mentre nello spettacolo si capisce come tutte le figure geometriche ferrose, in realtà, si smontino con grande facilità. Questa è la prima sensazione che volevamo dare, di questa falsa sicurezza che il metallo e la geometria ci danno.
La seconda cosa che il lavoro degli attori in scena, per me, deve essere sempre molto, molto fisico, molto concreto, per riportare alla vita durante lo spettacolo l’esperienza. Creare delle imprecisioni, creare dei grandi momenti di imprevedibilità e di imprevisto, permette di rendere nello spettacolo una parte quasi performativa: le cose avvengono in quell’istante. Mentre, viceversa, in metodi di grande fissità, di grande struttura, c’è una grande pulizia che è meravigliosa anche esteticamente, però rischiano spesso la morte rispetto a quello che diceva anche Julian Beck, cioè la non vita del teatro.
È importante che anche gli spettatori avvertano questa comprensione reale: lo schema può perdere pezzi, le viti si smontano e nessuna cosa può essere realmente controllata o inscritta in una forma geometrica, ma si spezza se uno la forza. Quindi anche tu che ti siedi in uno spazio teatrale che è ben geometrizzato e ben costruito devi sapere che in realtà un evento di rischio c’è anche per te, perché è un falso storico che tu sei protetto dalla tua sedia e dal tuo posto di spettatore.
 
Quindi come avete lavorato per la costruzione dal testo scenico? Quelli erano gli attori che interpretavano dei personaggi o eravate voi?
È una cosa un po’ brechtiana… Rappresentano se stessi trasformati in personaggi.
Il testo ha un passaggio molto strano: di solito iniziamo lo spettacolo in italiano, lo portiamo in un luogo e lo traduciamo nella lingua locale, mentre quando si torna si scarica di questo peso linguistico e si riprende l’italiano, che però si porta addosso un sacco di ombre belle di quelle sonorità. Quindi nello spettacolo sbuca fuori l’africano, poi c’è una cosa in inglese, poi c’è un suono francese… Perché io amo molto lo sporco in realtà, il lavorare al non finito, il lasciare un sacco di chiaroscuri e un sacco di ombre. Ritengo che gli attori siano sporchissimi di per sé, che i nostri corpi siano meravigliosamente sporchi, slabbrati… ognuno è sdentato, c’ha delle forme fisiche diverse, grandezze, carni, cicce, gonfiori…e questa cosa è assolutamente da privilegiare da parte di un regista. Un regista dovrebbe fare la radiografia dei propri attori e non portarli in un campo di sterminio cercando di renderli tutti più magri possibile, ma portarli al gonfiore di Ubu, a fare esplodere i propri bubboni e deformarli il più possibile, questo in bellezza, in un gioco circense quasi…
Lo amo molto questo, che è l’obiettivo da raggiungere. Stiamo sul primo gradino però è in qualche modo il miraggio, no? Quindi il testo passa attraverso queste lingue, si mischia… Poi ci sono i diari: anche quelli passano attraverso i conflitti perché noi ci incontriamo dopo il viaggio, uno legge la sua pagina di diario, l’altro legge la sua di quella stessa visione e si ammazzano tra di loro, perché hanno vissuto due cose all’opposto e allora non c’è compromesso. C’è uno scontro violentissimo che non è salvabile e allora da questi scontri nasce il testo, perché il testo, per me, deve essere appunto il più paradossale e violentemente percussivo possibile, come in Jarry.
 
Fabio Franceschelli: siccome in gran parte venite dall’Accademia, per voi è stato un problema liberarsi dalle impostazioni accademiche?
Si, perché all’accademia il fine è il mezzo. La grande difficoltà, la prima, che ho trovato con gli attori, è convincerli che il loro mezzo è buonissimo, il loro strumento è buonissimo, l’accademia gliel’ha tutto lavato e ripulito, ma ora è il momento di usarlo male. È veramente difficile perché non si lasciano andare. Gli attori dell’accademia sono i primi con i quali si fa a botte perché è difficile convincerli che il mezzo deve essere pulitissimo ma per fare una cosa, confusissima, sporchissima, disordinatissima. È un discorso per me molto organico. Stiamo creando una metodologia di lavoro nostra che si chiama Esoteatro e che si basa sulla disorganicità, di Artaud, fondamentalmente dal Teatro della Crudeltà. Pensare che noi abbiamo un corpo che apparentemente è molto pulito ed ordinato… In realtà è totalmente disorganico: gli organi si spostano e viaggiano dentro di noi, le energie non sono minimamente controllabili, le scariche elettriche vanno dove caspita vogliono, le malattie sorgono come gli va perchè non c’è nessuna ragione fondamentale e noi fingiamo di dare il potere alla medicina, di capire di fare una mappatura… Ma che in realtà bisognerebbe, come nei metodi tibetani, nei metodi indiani, lasciarsi trasportare da questo disordine continuativo, che è una fiumana di roba che succede. Perché ti permette di non contrastare la corrente, di viaggiarci e forse di vivere fino a trecento anni senza farti venire il tumore e di lavorare con cento voci invece che due.



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sabato, 24 novembre 2007
Approfondendo "Cara la pelle"
Intervista (epistolare) ad Enrica Provasi di Zerobeat Teatro
 
Come nasce "Cara la pelle"?
Inizialmente c'era la voglia di parlare il più possibile delle guerre dimenticate raccontate da queste due autrici/giornaliste, perchè quello che sconvolge, soprattutto in Anna Politkovskaja è l'estrema precisione metodica e quasi "scientifica" delle fonti: di ogni cosa che viene raccontata sono riportati riferimenti, documenti inconfutabili sulla verità di ciò che viene raccontato. Ero molto arrabbiata, e con molta rabbia avevo iniziato a scrivere la drammaturgia. In realtà man mano che il lavoro andava avanti mi sono accorta che quello che maggiormente "mi restava" erano le storie delle persone: persone "normali", esseri umani qualunque che subivano inaspettatamente violenze assurde da persone altrettanto normali e qualunque...
 
Come mai tutto si sviluppa intorno al "gioco" con i vestiti?
Il gioco dei vestiti non è altro che il gioco delle "cose" materiali che ci circondano: la preparazione di una vacanza per andare al mare, gli oggetti quotidiani nella nostra vita ogni giorno che improvvisamente rimangono l'unica cosa che ci tiene legati alla realtà: quando le donne finiscono nel campo di concentramento attorno alle "cose", ruota la vita di ciascuna: quello che riesci a tenerti per te, quello che ti viene rubato dalle altre donne prigioniere come te, la tazzina di caffé che qualche volta riesci ancora a bere, quello che ti rimane del sogno del tuo bel matrimonio (il velo da sposa), quello che ti rimane dei tuoi ricordi e della tua famiglia (la tovaglia bianca di pizzo della mamma, le fotografie...), quello che ti trasforma in una puttana (il tuo abito preferito). E gli oggetti sono di nuovo i protagonisti quando te ne vai, quando diventi profuga: tutto ruota attorno a ciò che riesci a buttare nella valigia: scarpe usate, un cappotto semi-nuovo recuperato da qualche ente caritatevole... quello che riesci a "comprare", una volta libera, per dimenticare tutto quello che ti è successo (lo smalto per le unghie...). Tutto è concentrato sulle "cose". E tutte queste "cose" alla fine cadono a terra, perchè non sono altro che "cose" appunto, oggetti senza vita di qualcuno che la vita l'ha già perduta dentro di sé, nella violenza che ha subìto.
 
Qual è il ruolo del video?
Il video invece non è altro che il pensiero razionale e oggettivo di tutto quello che è successo: guardando lo spettacolo ci si lascia trasportare emotivamente dalla vicenda umana; ma il video ti riporta alla realtà: dati, numeri, statistiche che ti dicono che niente di quello che hai visto è "inventato" e che la realtà fuori dal teatro è molto, ma molto peggio... il video in realtà è oggettivamente molto più importante dello spettacolo...Lo spettacolo nasce dopo le letture di Anna Politkovskaja e Slavenka Drakulic. Mi hanno sconvolto. Tutto qui.



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sabato, 24 novembre 2007
Una storicità contemporanea?
 
Domenica 18 novembre, ore 21.00
Da Milano, Baby Gang in "Mi cercarono l’anima a forza di botte – La chiesa e Domenico Scandella. I processi dell’Inquisizione /1583-1599)"
 
Una pedana in centro palco ed uno spettacolo che parla dell’inquisizione. Si potrebbe pensare ad una citazione o un riferimento a Peter Brook, nel suo spettacolo "Le grand inquisiteur". L’attore ha una grande presenza in quel vuoto, riempito dalla sua abilità attoriale. Un corpo che è privato della sua totale mobilità, costrette le braccia, come un carcerato, per i crimini commessi: la non "sottomissione" alla Chiesa Cattolica.
Interessante l’intreccio tra due linguaggi così distanti: l’attore che rappresenta filologicamente un condannato cinquecentesco (attraverso il costume di scena, il linguaggio, l’atmosfera evocata, quasi spettrale); l’inquisitore, solo una voce amplificata, che interviene per porre domande all’accusato ed esporre i giudizi.
Questa maestria, però, si perde leggermente all’interno dello spettacolo; bravura, qualità, precisione e talento, a volte paiono lasciarsi indietro la necessità di questo racconto. Infatti nella volontà di voler narrare un fatto storico, elaborato con una chiara ed essenziale messa-in-scena (l’ambiente suggerisce nettamente la situazione di prigionia e cattura), manca a volte il fine ultimo della regia. È un racconto questo con una precisa direzione o un lavoro rivolto a se stesso? Siamo abilmente trasportati in quel mondo di assurdità e violenze; un credo religioso portato alle sue estreme conseguenze diventa insensatezza, politica, potere. Un angolo di mondo narrato in una stanza, come la rievocazione di un "Big Brother" che controlla mente e corpo. Dove la libertà? Forse lo spettacolo si chiede proprio questo; forse la necessità di questa narrazione risiede in una riflessione sulla violenza e sul potere delle nostre menti, presentato sì nell’epoca dell’inquisizione, ma volto anche di un comportamento vicino anche alla nostra quotidianità. Una prova d’attore lungi dall’essere mera performance.
 
Chiara Fallavollita



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