Patablog
Il PataBlog è un osservatorio di critica indipendente su Ubu Settete! Fiera di alterità teatrali. La redazione si occupa di realizzare interviste con artisti, organizzatori, spettatori, nonché di offrire alcune chiavi di lettura degli spettacoli e di contestualizzarli in rapporto l'uno all'altro: a fianco ai dialoghi ci saranno domande aperte, recensioni, presentazioni, commenti sull'atmosfera del festival e riflessioni sul teatro. La redazione di Patablog ha seguito anche
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domenica, 20 gennaio 2008
Non dire gatto…?
 
Per chiudere questo blog che ha seguito Ubu Settete 2007, invece di fare bilanci, spunti, punti, punti e a capo, vi lasciamo con un piccolo strumento-regalo informativo, che è anche il senso più sostanziale di un’attività come questa: non la contestualizzazione socio-culturale, non la prospettiva estetica, non (solo) il raccordo fra le varie proposte del festival. Ma il proporre la critica come strumento a servizio di pubblico e compagnie, come territorio di incontro tutto da inventare e manipolare secondo gusti, esperienze, interessi del singolo.
 
Per ulteriori informazioni sulle compagnie – anche non presenti in questa rubrica, ma solo perché non abbiamo trovato risorse web –  rimando a www.ubusettete.blogspot.com, il sito della rivista e della rassegna, in cui sono presenti, nello specifico, approfondimenti ad hoc di ciascun progetto.
 
Ed ecco, in rigoroso ordine di apparizione a Ubu Settete 2007, le risorse web delle compagnie presenti al festival (o, almeno, quelle che sono riuscita a trovare finora):
 
Gloriababbi Teatro (Roma) www.gloriababbiteatro.it
Menoventi (Ravenna) www.menoventi.com http:// teatro.menoventi.com
Babilonia Teatri (Verona) www.babiloniateatri.it
Valerio Malorni (Roma) http://www.myspace.com/moveyourspiral 
Keramik Papier (Roma) www.myspace.com/keramikpapier
Teatro Forsennato (Roma) www.teatroforsennato.com www.myspace.com/teatroforsennato
Kataklisma Teatro (Roma) www.kataklisma.it
Eccentrici Dadarò (Varese) www.glieccentricidadaro.com
Compagnia Denoma (Roma) www.compagniadenoma.it
KanterStrasse (Arezzo) www.kanterstrasse.it
Ygramul Lemillemolte (Roma) www.ygramul.net teatroygramul.blogspot.com
 www.myspace.com/ygramullemillemolte
Tubal Libre (Roma) www.myspace.com/tubal_libre
Straligut Teatro (Siena) www.straligut.it
Zerobeat Teatro (Mantova) www.zerobeat.it
Baby Gang (Milano) www.babygang.org
Fibre Parallele Teatro (Bari) www.myspace.com/fibreparalleleteatro
 
postato da: icommentarii alle ore 12:03 | Link | commenti
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domenica, 20 gennaio 2008
Ubu che nasce, Ubu che cresce
Intervista alla direzione artistica di Ubu Settete 2007: Marco Andreoli, Fabio Massimo Franceschelli, Daniele Timpano
 
Dove è nato Ubusettete?
F. M. F.: Prima nelle nostre teste, poi in una riunione dentro una sala prove, infine in un ex capannone industriale (Ubu Cheese, prima edizione di Ubu Settete). A proposito, si scrive Ubu Settete e non Ubusettete.
M. A.: Mi prendo un po’ del merito della paternità. Qualche anno fa, un po’ nauseato dalle mie esperienze di spettatore teatrale, m’è venuta voglia di sapere cosa succedesse a Roma nel preciso istante in cui assistevo a spettacoli orrendi e costosi. Così ho cominciato a lavorare alla realizzazione di un database che raccogliesse tutte o quasi tutte le esperienze indipendenti della città. Il resto è storia a tre: la rassegna, la rivista e, ultima nata, la casa editrice con la quale abbiamo già pubblicato tre volumetti e che rappresenta l’ultimo fronte della nostra piccola guerra culturale.
 
Cosa ti ha permesso di aggiungere e di togliere dalla scena teatrale romana, l’esperienza pluriennale di Ubu Settete?
D. T.: Non capisco la domanda. In che senso “togliere”? Abbiamo aggiunto un ulteriore luogo di confronto, specialmente tra gli artisti. In questo credo che l'esperienza di Ubu Settete abbia decisamente funzionato. Roma è a compartimenti stagni, teatralmente parlando, Ubu Settete è riuscito a far incontrare alcuni di questi livelli.
M. A.: Ubu Settete ha coordinato elementi già esistenti. E ha forse dato un po’ di consapevolezza ad un movimento che non può non essere disordinato e disarticolato, ma non ha inventato compagnie, non ha creato spettacoli. Ubu Settete ha rappresentato una sorta di chiamata alle armi. Nella locandina della quarta rassegna si vedeva la silhouette di Mickey Mouse assalita da decine di ratti di fogna. Quella è la nostra metafora di riferimento.
F. M. F.: Mi piace pensare che Ubu Settete abbia aggiunto un po’ di fiducia collettiva e anche di orgoglio in parte di questa nostra grande comunità che è il teatro indipendente romano. E forse sta contribuendo a togliere di mezzo l’idea che le belle cose si possono fare solo “in grande” e con tanti soldi. Non è così. Sono le idee ed il duro lavoro che permettono di realizzare le belle cose. Suona retorico, eh? Però è così… e io, Marco e Daniele ne sappiamo qualcosa sulla nostra pelle.
 
Ubu Settete quest’anno ha selezionato gli spettacoli presentati in rassegna attraverso un concorso nazionale: innanzitutto volevamo chiedervi in base a che principio sono stati selezionati i progetti.
F. M. F.: Sono arrivate 160 proposte. Ci siamo incontrati ad agosto fino alla prima decade di settembre, diverse volte, per archiviare le domande ed ottenere una scrematura del materiale: alcune dono state escluse perché erano di bassa qualità, altre invece perché facevano riferimento ad un teatro che non rispetta la storia di Ubu Settete: ci sono arrivate anche proposte di teatro molto professionale,non le abbiamo selezionate perché ci sembravano non rispecchiare i principi che danno forma alla rassegna.
Così abbiamo scartato circa 60/70 proposte e abbiamo lavorato su una novantina. Dopo di che abbiamo rivisto i video, iniziando a dare delle valutazioni. I giudizi sono personali e riguardano il gusto e la soggettività di ognuno di noi. Ci sono state mediazioni tra noi quattro – perché ricordate che le proposte più attinenti alla danza o teatro-danza sono state vagliate anche da Elvira Frosini.
Diciamo che abbiamo stilato una sorta di classifica, non solo in base alla qualità del lavoro, ma anche cercando di rispettare un equilibrio tra i generi scelti.
M. A.: Io credo che il fatto delle 160 compagnie sia stupefacente. Stiamo parlando di una rassegna che a livello economico non offre niente. Però il fatto stesso che da un anno all'altro ci sia questo salto – da 50 a 160 – é incredibile. Noi ancora fatichiamo a dare una spiegazione a questo passaggio. Probabilmente é solo per il fatto che le cose succedono. Abbiamo di fatto superato i confini del raccordo anulare.
D.T.: Importante é però che le proposte siano arrivate da fuori.
M.A.: Ed infatti questo diventa il sintomo di una patologia. Se compagnie molto o abbastanza quotate, ed altre che iniziano ad essere osservate, non hanno – non a Roma ma dobbiamo dire nel nostro Paese – altro che Ubu Settete, o poche altre situazioni, é molto grave. Siamo ancor prima dell'assistenzialismo: qui non c'é proprio niente. Pur di venire a Roma, fare una serata in una stanza che non é neanche un teatro vero, vengono qui, pagandosi il viaggio e le spese. Io non voglio insistere troppo su questo punto sembrando scettico: sono fierissimo, come i miei compagni di viaggio, di quello che abbiamo costruito dal niente. Però di fatto rimane il sintomo di una patologia gravissima, culturale, che non può essere né curata né tamponata dalla nostra rassegna: si può solo rappresentare una spia. Ora il guaio é che di questa spia non si accorge nessuno, se non le compagnie coinvolte. La verità é che attraverso questo siamo riusciti a creare una rassegna che é dimensioni superiori alla media, di rassegne più quotate sulla carta, sia a livello di qualità che di quantità.
D.T.: Da un’esperienza quindi che partiva dalla marginalità totale, per un’ impossibilità o incapacità di ricevere attenzione, da un auto-presentare il proprio lavoro consorziandosi, è nata una cosa che non è più dentro il noi, va verso l’esterno rispetto a Roma e verso il territorio nazionale.
M.A.: Lo dimostra il fatto che la prima edizione era costituita da tutti i nostri spettacoli, contrariamente a quest’anno che vede la presenza solo di uno solo, “Ecce robot”.
D.T.: Perciò nella prima edizione non c’era neanche una direzione artistica e tecnica… non c’erano neanche i fari, solo otto in tutto! Non c’era stampa, non c’era pubblicità: niente! C’erano le compagnie che si sono conosciute e hanno fatto la rassegna. Si trattava di scegliere una data e lo spettacolo da presentare, nell’edizione “Ubu Cheese”.
Ora invece cerchiamo di organizzare, raccogliere materiali, conoscere compagnie, con zero budget, auto-finanziati dall’incasso perché non abbiamo altri tipi di finanziamento (non lo abbiamo cercato, non lo abbiamo trovato). Bisogna capire quanto fiato ci sia senza altre possibilità economiche esterne, perché si potrebbe continuare a crescere anche in queste condizioni.
 
Ubu Settete vuole crescere nel contesto nazionale, o anche in una direzione internazionale?
F.M.F.: Per quanto mi riguarda anche a livello internazionale.
D.T.: Beh, nelle idee si!
M.A.: E potenzialmente anche a livello mondiale, universale!
D.T. : Comunque a livello nazionale, essendo fisiologico comunque che se una cosa non muore, cresce…
M.A.: … o anche che se non cresce muore…
D.T.: … cosa che potrebbe accadere anche dopodomani alla fine di questa edizione!
M.A.: La verità è che in questa situazione, in cui non c’è un supporto effettivo, né economico né logistico – chiaramente ringraziando il Rialto e il Furio Camillo – da anni celebriamo la nostra morte!
D.T.: L’editoriale che uscì per la scorsa rassegna era proprio il testamento di Ubu Settete!
M.A.: Noi siamo perfettamente coscienti che siamo una bolla di sapone che può scoppiare da un momento all’altro… Però va bene così, nel senso che se siamo il simbolo di una precarietà, è giusto che siamo precari noi stessi. Sul futuro… posso dire una cosa sul futuro? Il futuro di Ubu Settete è fuori da Ubu Settete, perché credo che qualsiasi cosa possa nascere dopo questo, sarà certamente un’altra cosa. Ad esempio, nel momento in cui arrivasse un introito economico con il quale sostenere i nostri progetti, sarebbe bellissimo organizzare un’altra edizione, ma sarebbe anche un’altra cosa, proprio perché uno dei significati profondi di questa rassegna è che non ha i soldi. L’importante è esserne coscienti. Anche per quanto riguarda il discorso sull’internazionalità… Parliamoci chiaramente, non è che stiamo facendo una rassegna “no global”: se domani dovesse arrivare la Virgin o la Coca-Cola che vuole diventare sponsor unico della rassegna, per andare poi in Texas, a me va benissimo. Nel senso… se arrivano coi “petroldollari” va strabene! Non siamo idealisti in questo senso. È chiaro che si ha un atteggiamento politico condiviso per certi versi ma è pur vero che il compromesso è dietro l’angolo. Fino ad adesso la rassegna si è basata proprio sulla mancanza di questo compromesso, ed è per questo che siamo fieri di questo risultato.
D.T. : Dato che è una rassegna che è nata dal basso, da un egoismo tendente all’altruismo, per un discorso di propria visibilità, di incontro tra noi e tra i nostri spettacoli, di scrivere sul nostro giornale, andando a vedere spettacoli non troppo quotati di gruppi neonati e recensirli con una certa serietà…
M.A.: …facendo cose che non faceva nessuno…
D.T.:…Roma ha ottanta teatri – o quanti ce ne ha – però in realtà ne ha il dieci per cento – ok sono parole in libertà – e di questo dieci per cento molti sono di quelli istituzionali e gli spazi cosiddetti off – parola che uso per comodo – che però sono off “riconosciuti”, come lo stesso Rialto o il Furio Camillo… Non a caso c’è la ZTL delle Zone Teatrali Libere, di cui chi non ne fa parte, non conta nulla per le stesse che si autocertificano tali. Potenzialmente, invece, non da sola, la cosa che Ubu Settete ha fatto e continua a fare è quella di andare in spazi in cui si suppone a prescindere non passino spettacoli da vedere. Poi si va anche al teatrone, al Brancaccio a stroncare attori, ecc…
M.A. : Posso fare una dichiarazione spontanea? È la seguente: io sono convinto che Ubu Settete sia l’esperienza più importante romana degli ultimi dieci anni. E il fatto che nessuno a livello istituzionale se ne renda conto ed osservi questa evidenza è un problema più loro che nostro.
D.T. : Ed essenziale è il fatto che abbiamo iniziato da soli, senza nessuno che ci presentava, con una situazione più ancora difficile di questa.
M.A. : E tentativi di finanziamento sono stati anche fatti, ma il problema – e questo è punto al quale tengo davvero tanto – è loro. Perché se fai una rassegna che arriva alla sesta edizione e che ospita compagnie da tutta Italia… Non sono io che devo andare dall’assessore a dire di venire a vedere, ma è proprio l’assessore che nei suoi compiti ha quello di venire! Lui non potrebbe ignorare quello che avviene di culturale nella sua città! Deve restituire il suo stipendio e darlo a noi!!!
No, no! Deve restituire il suo stipendio e darlo a Marco Fumarola (il direttore tecnico di Ubu Settete)! E si chiude il cerchio!
 
Un aneddoto dell’edizione 2007 di Ubu Settete: un indice di quello che si è trasformato in Ubu Settete…
M. A.: Non ci dobbiamo nascondere: Ubu Settete è diventato un festival nazionale. E se morirà, morirà perché ha avuto voglia di crescere. Questa edizione dovremo raccontarla ai nipoti per una quantità impressionante di motivi. Ma personalmente credo che l’amalgama tra la qualità degli spettacoli ed il calore (umano, emotivo) che veniva fuori da ogni angolo di questa rassegna, sia stato il risultato più strabiliante di questa edizione. Il ricordo che terrò stretto è banale: la torta d’addio, tutti insieme, nell’ufficio del Rialto. Ti prego però di considerare che chi sta parlando in genere è infastidito da qualsiasi aggregazione umana che superi le 5 unità.
F. M. F.: Due cose. La prima è che mi ha intervistato la RAI! La RAI, ma ti rendi conto? La seconda è stato entrare al Rialto, un pomeriggio, tra l’altro un po’ in ritardo rispetto all’orario che dovrebbe osservare un “direttore artistico”, e vedere 5 ragazze intorno ad un tavolo, ognuna con il proprio pc acceso, ognuna intenta a lavorare per la rassegna, per Ubu Settete. Sì, lì mi sono sentito felice, orgoglioso, tranquillo.
D. T.: Direi che il ricordo più significativo è la faccia di tutti quando ci siamo ritrovati con 160 buste contenenti 160 dvd da vedere, oltre il triplo dello scorso anno... Ma il ricordo più bello dell'edizione 2007 sono le persone dello staff, l'atmosfera di lavoro durante i giorni e durante le serate del festival: le ragazze del blog che lavorano giorno e notte, sbobinano interviste, scrivono, scelgono foto nel foyer del Furio Camillo e nell'ufficio del Rialto, anzitutto, e poi Laura neri, l'ufficio stampa, che mi chiama continuamente per chiedermi cose e informarmi, le compagnie da fuori che -nonostante la situazione economicamente precaria- si trovano bene, io e Dario Aggioli che ridiamo sonoramente durante tutti gli spettacoli come i due vecchietti dei Muppet, chissà quanto fastidio abbiamo dato, la maggiore presenza di operatori, l'ultima commovente serata, col brindisi finale collettivo... speriamo che tutto questo riesca a mantenersi per il prossimo anno, che sia la partenza, anzi la rinascita di un gruppo di lavoro compatto che riesca a far fare alla rassegna quel salto di qualità che, se non si fa una buona volta, ci condurrà tutti all'estinzione entro la fine del 2008. Come rassegna, intendo.
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categoria:interviste
sabato, 29 dicembre 2007
Intorno a “Mangiami l’anima e poi sputala”
Intervista (epistolare) a Riccardo Spagnulo di Fibre Parallele Teatro
 
Come nasce il progetto di "Mangiami l'anima e poi sputala"?
Questo progetto nasce, come tante cose, per caso.
Dopo uno “Zio Vanja” dove usavamo le parole di Cechov per far capire ciò che ci interessava fare (semplicemente fare teatro), Licia ed io sentivamo bisogno di un’originalità testuale, che ci concedesse più libertà di invenzione e di espressione.
L'incontro con il libro di Giovanna Furio è stato fulmineo: in una libreria caotica, a metà agosto dell’anno scorso, siamo stati catturati da una farfalla nera e da un titolo in fuxia. La quarta di copertina rispecchiava in buona sostanza le nostre biografie e, dato che evitiamo di spersonalizzarci in scena, la storia di Giovanna poteva servire come tramite per parlare di amore e di religione, di noi e di quello che ci girava intorno e continua a girarci anche adesso.
Quando abbiamo presentato il progetto alla commissione locale del Premio Scenario, avevamo ancora le idee molto confuse: l’unica convinzione era l’antitesi delle due figure, Cristo e la donna – che non era ancora definita, il bigottismo è arrivato dopo – avrebbero dovuto essere rispettivamente corpo e anima. L’altro dato di fatto era una forte urgenza di portare a termine il progetto e ringrazio qui pubblicamente Clarissa Veronico, che ha colto in maniera sensibile questo punto e ci ha portato alle semifinali del succitato premio a L’Aquila.
Con il lavoro in sala prove, le strade dello spettacolo e del romanzo della Furio hanno iniziato a biforcarsi: la donna ha iniziato a vestirsi di nero, a recitare preghiere e ad essere, come direbbe la nonna di un mio caro amico, una “fans” di Cristo, come se ne vedono tante da noi di mattina presto nei dintorni delle chiese di paese.
Inoltre, ci siamo resi conto che una semplice riduzione del romanzo per la scena sarebbe stata insoddisfacente per la differenza che portano in sé i due linguaggi.
Bocciati in semifinale, siamo tornati a Bari un po’ frastornati e abbiamo congelato il tutto in attesa di una data, nel frattempo abbiamo fatto altre esperienze importanti da attori.
L’occasione di Roma, infine, ha permesso al nostro lavoro di trovare un ritmo costante e una chiarezza di esposizione: nel giro di un mese di prove siamo riusciti a realizzare lo spettacolo che avete visto.
In definitiva, quello che è andato in scena al Rialto Santambrogio è il risultato di un lungo processo di sedimentazione di idee, parole, immagini, appunti, schizzi, incomprensioni, coincidenze, batoste, litigi furibondi e conseguenti riappacificazioni.
 
Come avete realizzato il tessuto drammaturgico? A partire dalla scena o secondo uno sviluppo testuale?
L’idea iniziale era quella di lavorare con l’improvvisazione su situazione, ma i risultati migliori sono stati ottenuti attraverso un lavoro di drammaturgia che in sala prove si affinava e si modificava in base alle necessità della scena.
Abbiamo sempre avuto bene in mente la fine e l’inizio della vicenda, che in un certo senso collimano con la storia raccontata da Giovanna Furio. Quello che c’è tra i due estremi è puramente originale e si è ricomposto a puzzle, accostando le situazioni le une alle altre e cucendole insieme, creando rimandi interni alla vicenda e porte segrete per accedere alla storia del libro.
 
Quali sono le vostre fonti o punti di riferimento per creare uno spettacolo?
Noi non abbiamo un metodo. O meglio non abbiamo una formula algebrica per creare uno spettacolo. Abbiamo una formazione da autodidatti, che si è arricchita attraverso degli incontri con persone speciali, che ci seguono e ci sostengono sempre.
E poi c’è la scena barese – forse sarebbe meglio dire la nuova scena barese – che frequentiamo, supportiamo, a cui rubiamo anche qualcosa. Parlo del Teatro Minimo, di Roberto Corradino del Reggimento Carri e di Salvatore Marci, con cui non abbiamo mai lavorato ufficialmente, ma che abbiamo imparato a conoscere ed apprezzare.
Tornando a noi, per “Mangiami l’anima e poi sputala” sono state molto importanti le fonti iconografiche che hanno accompagnato la nostra ricerca: a partire dai dipinti di El Greco, a Michelangelo pittore e scultore, fino al finale da macelleria che può ricordare i quarti di bue di Francis Bacon o il trittico dedicato all’Orestea, dello stesso artista.
Altro elemento è stata quello musicale, che ha fatto nascere situazioni, idee e ha generato a sua volta altre immagini: la traccia di Radio M. ha creato un movimento interno allo spettacolo e ne ha dipanato la costruzione scenica con rigore forse un po' troppo schematico, ma chiaro e trasparente.
Poi c'è quello che rimane al di fuori di ciò che siamo riusciti a comprendere del nostro spettacolo e che comunque rientra al suo interno: forse è la parte migliore proprio perché è sgorgata spontaneamente, come uno zampillo d'acqua da una borraccia.
postato da: icommentarii alle ore 18:56 | Link | commenti
categoria:interviste
lunedì, 17 dicembre 2007
A proposito di “Buffet”
Intervista a Elvira Frosini di Kataklisma
 
Innanzitutto volevamo chiedervi come nasce “Buffet”: da dove nasce la coreografia, quali sono i materiali che avete utilizzato per la mise en espace.
L’idea originaria ovviamente è quella del cibo. Però considerato come qualcosa che sta per altro, come veicolo di rapporti. Poi non parlerei direttamente ed espressamente di coreografia, ma più che altro di partitura di movimento, che è la struttura portante del lavoro. Il nucleo del suo sviluppo è stato nella direzione di un annullamento, ma non automatico: non mi interessava l’idea dell’automa, ma lo stare in mezzo al niente.
Dunque la grande difficoltà per noi sono stati tutti i momenti in cui non succede quasi nulla, questa sorta di aspettare che accade in scena. Ma credo che accada anche un po’ allo spettatore, questo era l’intento: costruire un’attesa per il pubblico, che fosse continua. È una condizione che ci coinvolge poi tutti nella nostra vita sociale: aspettare qualcosa di eclatante, mentre siamo immersi in una sorta di appiattimento, o comunque limbo, sospeso.
Quando lavoro procedo sempre per accostamenti di idee anche molto diverse l’una dall’altra, per paradossi, attraverso elementi che non si connettono a livello logico né narrativo. Anzi, direi che viene proprio negata la struttura narrativa. Quindi abbiamo sovrapposizioni, giustapposizioni, elementi diversi che intervengono. E ovviamente il sapore è quello di eventi che hanno piccoli squarci di cose molto normali, molto quotidiane…  Perché in questo spettacolo non accade nulla, tranne piccole cose, lo definirei così.
 
Avevate lavorato a partire da un testo preciso?
La drammaturgia, in generale, per me, non parte mai da un testo a priori: la scrivo lavorando allo spettacolo. Poi, a volte, intervengono dei testi veri e propri: alcuni scritti da me, altri collaborando con i performer. E ci sono anche spesso elementi estratti da altri testi. Per esempio, in “Buffet” c’è un pezzo di Cocteau da “La macchina infernale”, quando si parla dei giocattoli. Quindi i materiali drammaturgici sono molto vari. In genere nei miei lavori, finora, i testi emergono come punte di iceberg, e non c’è mai una struttura sottostante, un testo ben preciso.
 
Per quanto riguarda la mise en espace si nota innanzitutto la cura nella disposizione del cibo, che risulta essere l’unico elemento colorato…
Intanto è una striscia che divide perfettamente la scena dallo spettatore: è proprio una linea che non è un confine, ma una linea di demarcazione. È molto colorato perché ho scelto appositamente cibi proprio fintissimi, con coloranti, tutto da supermercato, cose che simboleggiano il gran consumo in maniera semplice. L’unica cosa che sembra essere viva nello spettacolo è la merce, questo è proprio il punto fondamentale. Mentre noi interpreti siamo molto semplici: anonime, vestite in nero, anche simili tra di noi, pur essendo molto diverse l’una dall’altra.
 
Sappiamo che nelle fasi di selezione, sei stata una delle voci più importanti per quanto riguarda la scelta degli spettacoli di danza e teatro-danza. Quindi volevamo chiederti un po’ i principi che hanno guidato le scelte…
Fondamentalmente mi sono basata intanto sulla mia impressione: su quello che “mi arrivava” dai video. Si tratta soprattutto di questioni legate alla qualità del lavoro, anche nella grande diversità di idee.
Le cose che abbiamo visto a Ubusettete erano davvero differenti fra loro, anche in termini di linguaggio: molti spettacoli erano riconducibili direttamente alla danza, altri più identificabili con il teatro. Anche se oggi fare considerazioni di questo tipo è difficile, perché le categorie sfuggono sempre di più.
Quindi ho valutato il lavoro, il percorso, il linguaggio utilizzato. Tutto ruota intorno al rigore del lavoro, e anche alla sua onestà. Anche rispetto a cose lontane dalla tua sensibilità, dal tuo percorso.
Per quanto riguarda questa grande varietà di visioni, devo dire che non è una scelta intenzionale, ma perché  c’è una grande vivacità dei linguaggi in questo momento.  E credo che Ubu l’abbia dimostrato quest’anno. È  qualcosa che è balzato fuori dai lavori, che dimostra che la ricerca si muove, c’è.
postato da: icommentarii alle ore 12:52 | Link | commenti
categoria:interviste
sabato, 01 dicembre 2007
Incontri di racconti, musiche, culture
Intervista (epistolare) a Sonia Barbosa e Roberto Cardone
 
Come nasce il progetto per "O Porto a Napoli"?
Lo spettacolo è stato creato nell’ambito di "Per altre terre andrò per altro mare", una rassegna organizzata da Angelo Callipo per il Teatro Comunale di Caserta, la cui tematica era, appunto, la fusione di diverse culture. Approfittando di questa opportunità, abbiamo realizzato un progetto che avevamo già in mente, quello di creare uno spettacolo di radici popolari, dove la recitazione s'incrociasse con la musica eseguita dal vivo.
 
Come avete realizzato lo sviluppo drammaturgico? A partire da quali materiali? E secondo quale prospettiva è organizzato il montaggio?
Lo spettacolo è stato costruito sulla "forma" del recital, in cui la scelta dei pezzi ha risposto a tre parametri fondamentali: l' origine (portoghese o napoletana), le nostre preferenze estetiche, e la possibilità di creare dei legami interessanti e ricchi di sonorità e contesto tra i pezzi stessi. Ognuno di noi ha fatto una ricerca di materiali della propria cultura (canzoni, testi, racconti, poesie) "cuciti" poi tra loro creando un percorso di suggestioni, atmosfere, accenni di personaggi, legati da una linea poetica comune, la cui intenzione era ed è portare lo spettatore attraverso un viaggio tra il Portogallo e Napoli. I "nostri" Portogallo e Napoli, naturalmente.
 
Come avete lavorato per arrivare alla mise en espace, a livello di costruzione del rapporto fra i due interpreti e fra i vari personaggi?
All' inizio abbiamo lavorato principalmente sulla parte musicale (è la prima volta che suoniamo e cantiamo insieme), in modo da creare un' amalgama tra suono, voci ed interpretazione. Il lavoro si è basato molto sull' improvvisazione e il gioco teatrale tra i due interpreti, arrivando a queste suggestioni di viaggio, di incontro, di possibile amore tra due stranieri che si ritrovano assolutamente vicini e complici, in un vortice di situazioni diverse ma simili.
 
A proposito di spazio scenico e rapporto col pubblico: quanto influisce la costruzione dell'atmosfera nella partecipazione dello spettatore? Quali accorgimenti avete adottato per creare un ambiente cosi coinvolgente? Cosa ne pensate di com’è andata a Ubusettete?
Ovviamente in questo spettacolo il rapporto con lo spazio scenico e principalmente con il pubblico, (come sempre nel nostro mestiere, ma in questo caso anche di più) sono fondamentali. Senza questo legame, un filo di respiro ed emozioni fra noi e il pubblico, é difficile che si realizzi l' intento dello spettacolo. La fiamma con cui apriamo è appunto un modo per accendere questa complicità. Insieme all' atmosfera sonora, che subito coinvolge e porta per mano in una dimensione onirica, e al racconto diretto fatto al pubblico (come una nonna ai suoi nipotini intorno al fuoco), abbiamo anche scelto una costruzione luci che favorisse questo incontro tra intimità, sorpresa, comicità e "saudade" (la famosa mailinconia portoghese).
Siamo rimasti molto contenti di come è andato lo spettacolo a Ubusettete. Abbiamo avuto riscontri positivissimi, e pensiamo che sia stata una replica in cui la giusta atmosfera e il giusto scambio tra interpreti e pubblico siano avvenuti, avendo ancora una volta conferma del nostro lavoro dopo il Teatro Comunale di Caserta e "Il Cantiere" di Roma.
 
Qual è l'oggetto (concreto o concettuale) più importante/significativo dello spettacolo?
La comunione tra "saudade" e "apucundria". L' atmosfera leggera, dolce e coinvolgente.
postato da: icommentarii alle ore 14:02 | Link | commenti (5)
categoria:interviste
lunedì, 26 novembre 2007

A caccia del padre

Sabato 17 novembre, ore 22
Da Siena, Straligut Teatro in: “Salmo 151a”

In scena una gabbia, un trono, una torre di casse audio. I personaggi che ci vivono dentro – che poi scopriremo essere figlio, madre e padre – si muovono con estrema cautela, almeno inizialmente: tace il padre, immobile la madre, movimenti minimi ed equilibrati per il figlio. Ma l’azione sobria – talmente misurata che par essere giocata – si sfalda presto e il dialogo quieto lascia pian piano spazio alle esplosioni emotive dei protagonisti: un uomo alla folle ricerca della fede e sua madre che tenta di farlo ragionare.
Il dubbio che questi non siano elementi di una famiglia qualunque è presto realizzato: sull’azione si innesta fin da subito un senso di metafora divina e infatti quello che il protagonista chiama padre, altri non è se non il Padre dell’uomo. Il figlio, mutilato e ossessionato, chiuso in gabbia e costretto su una sedia a rotelle, è un Giobbe contemporaneo in cerca di conferme. All’inizio sembra vittima di qualche tortura orrenda, poi, attraverso passaggi drammaturgici delicatissimi, si rivela carnefice di se stesso e dei suoi cari: realizza la ricerca della fede attraverso privazioni e imposizioni folli, trascinando nelle sue manie anche la madre e il figlio che non sa ancora di avere. Lo spettacolo sviluppa un’azione tragica spezzettata che sa lasciare spazio alla gag, offrendo al pubblico, all’interno di uno spazio enigmatico da cui prendono vita le inquietanti interpretazioni calibrate di Tommaso Innocenti e Rita Ceccarelli, uno sguardo tagliente e disincantato sui rapporti umani.
Così il tessuto cattolico è un sistema di riferimento – anche estetico – sul quale si innestano problematiche estremamente attuali, dal tema degli uomini che non vogliono crescere a quello dei difficili rapporti inter-generazionali nella famiglia.
È il rigido percorso spirituale del protagonista a mantenere incasellati tutti gli altri in delle sorta di nicchie inviolabili. Ma la vita  continua a scorrere e gradualmente, per scosse successive, ogni isolamento è sovvertito: ad un tratto nella gabbia cade un’altra cassa, un altro figlio che cerca di comunicare col protagonista, e poi la madre si alza per passare un telefono al figlio, che è costretto dunque a comunicare con l’esterno.
La conferma, attesa dalla colonna di casse audio, naturalmente non arriva: l’attesa si conclude con la filastrocca dell’arrotino. Il figlio afferra un gancio che cala dall’alto. Poi il buio: ognuno in cuor suo sa se quel gancio è diventato una via per la realtà, oppure l’ennesimo tentativo di fuga fallito con cui si conclude ogni giornata del protagonista.

 Roberta Ferraresi


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categoria:recensioni
lunedì, 26 novembre 2007

Le partigiane del teatro
Intervista a Laura Pacelli, Francesca Montanino, Valentina Rinaldi di Tubal Libre

Com’è nato “Due volte mia”?
Francesca Montanino:
lo spettacolo è nato con il testo, quindi dopo ne potrà parlare meglio Laura che l’ha scritto. Abbiamo avuto la possibilità di fare una serie di spettacoli dedicati alla storia delle donne italiane nel ‘900. Mi ha sempre appassionato sia l’argomento della storia dell’indipendenza femminile sia il fatto di poterla osservare sotto tanti diversi punti di vista: dall’emancipazione politica a quella sociale, a quella più personale e  individuale. Due anni fa abbiamo fatto uno spettacolo corale, “Racconto per Emma”, in cui c’erano dieci attori, che trattava il dopoguerra e la maternità, un aspetto molto intimo e personale ma che riflette tutta la condizione sociale delle donne in quel periodo.
Allo stesso tempo Laura si stava laureando con una tesi sulle scrittrici partigiane abbiamo pensato che sarebbe stato interessante analizzare di quest’epoca anche questo aspetto. È un tema che viene spesso lasciato in secondo piano perché appunto l’importanza che hanno avuto le donne nella resistenza è stata rivalutata da poco. Così Laura ha cominciato a scrivere il testo e poi sono iniziate le prove. Abbiamo fatto di necessità virtù, perché siamo un gruppo che nasce autofinanziato completamente: quindi uno spettacolo con dieci attori è difficilissimo da portare in giro e difficilissimo da gestire a livello di costi. In tre invece siamo completamente malleabili, cioè andiamo dove ci chiamano.

Laura Pacelli: Questo testo è stato quasi una necessità… Preparandomi per la tesi – principalmente basata sulla letteratura e quindi sulle scrittrici che fecero la resistenza – sono andata in varie biblioteche, ho fatto un sacco di ricerche e sono giunta pure a collegarmi con l’ANPI (l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani), che pubblica “Patria”. Scartabellando fra i vari numeri della rivista ho trovato numerosi racconti di Walchiria Terradura. Li ho trovati molto interessanti perché evidenziavano la necessità di liberarsi dal nazifascismo ma anche l’istanza di emancipazione femminile – caratteristica che si ritrova nello spettacolo ed anche nel titolo del testo. Diversamente da quanto era successo nell’800, in cui gli eventi di emancipazione femminile erano esclusivamente movimenti intellettuali ed individuali, con la resistenza, per la prima volta, si ha il primo movimento di massa in cui le donne di tutti i ceti sociali capiscono l’importanza di ciò che vanno affrontando e prendono coscienza del valore della loro partecipazione a questa esperienza. Nei racconti di Walchiria Terradura c’era tutto questo, così l’ho contattata tramite l’ANPI e sono andata da lei. Ho scoperto che è ancora una partigiana, è “tostissima”, è veramente forte, ha ottant’anni ma sembra averne venti, parla molto spiccio…
F. M.: É la donna con cui si concludeva il filmato. Alla fine dello spettacolo c’è un primo piano di lei e ha questi occhi che ti magnettizano.
L. P.: La prima volta che la vidi non riuscii neanche a guardarla più di tanto negli occhi perché mi sembrava che avesse tutta la sua storia scritta là… Sono giunta subito ad un rapporto molto stretto con lei, mi ha raccontato tutta la sua storia e in particolar modo anche le difficoltà che lei stessa ha dovuto incontrare con i partigiani maschi… A giugno 2006 c’è stato un tentativo di riforma costituzionale, Walchiria mi ha chiamato disperata e mi ha detto: “tu sei giovane, adesso la voce è la tua, quindi cerca di fare qualcosa perché non è possibile che noi abbiamo dato il sangue perché venisse scritta questa costituzione e adesso vogliono ritoccarla”. Mi ricordo tutto benissimo, stavo sul terrazzo della Facoltà di Lettere, stavo studiando per la tesi ed era una giornata fighissima. Ho chiamato Francesca e le ho detto che era necessario fare qualcosa: nel giro di un mese e mezzo ho scritto il testo ed è nato “Due volte mia”, che in realtà è un’elaborazione letteraria, logicamente diversa rispetto alla rappresentazione teatrale. Infatti mentre lavoravamo in teatro, ci sono stati tagli vistosi e anche delle aggiunte, tant’è che inizialmente non c’era neanche l’introduzione dei versi a scandire il passaggio da un monologo all’altro.
F. M.: Erano soltanto dei passaggi: semplicemente la staffetta raccontava un passaggio da una regione all’altra, da un territorio all’altro. Poi abbiamo capito: uno lo scambio c’è, il far convivere la poesia, il ritmo del verso con quello della prosa era più interessante e poteva dare uno stacco anche musicale.
Tra gli altri cambiamenti una cosa importante è che all’inizio questo testo era concepito per due persone e quando poi abbiamo cominciato abbiamo capito che scenicamente parlando era molto meglio lavorare in tre, avrebbe reso tutto più fruibile.

Come avete lavorato poi per quanto riguarda la mise en espace, il passaggio dalla parola all’azione?
F. M.: Abbiamo cominciato, dopo averlo letto…anche perché il lavoro che ho fatto con Laura per me è assolutamente nuovo, nel senso che io vengo da un altro tipo di approccio: per me il lavoro di scrittura è associato direttamente alla pratica scenica, quindi se io non parto con un lavoro d’improvvisazione mi viene difficile scrivere per il teatro. È il primo esperimento che facevo di un testo scritto prima che si cominciasse a lavorare; quando poi lo abbiamo messo su e abbiamo visto come si è trasformato, per esempio, con i nostri corpi, attraverso le improvvisazioni sui personaggi, dei dialetti, dei toni che cambiavano… Volevamo cercare di lavorare sulla semplicità totale, su togliere ogni cosa superflua, su pochi gesti e cercare di ripulirli sempre di più.
Un’idea che ci è venuta il giorno del debutto, per esempio, è stato il finale: a un certo punto c’era questo tavolo e abbiamo detto: vabbè cosa facciamo? Ci sono anche questi veli da sposa, che rappresentano il fatto che loro appendono il cappello al chiodo, come si dice, appendono i loro ruoli per un attimo al chiodo e vanno a fare le staffette, a combattere eccetera… Alla fine della resistenza si è cercato un po’ re-incasellare le donne nei loro ruoli, fino al movimento degli anni ’60, ’68, ’70. Quindi abbiamo pensato di fare il finale con il giudice che deve dare le medagliette, deve incerimoniare la donna, rimbalsamarla nel suo ruolo.

L. P.: Infatti la soluzione non è felice alla fine. Voglio dire comunque sia si mantiene tutto come una sorta di canone sospeso, l’ambiguità vige sempre, perché al di là degli impacchettamenti retorici con cui si è voluta riformulare la Resistenza, c’è anche un falso moralismo da parte di coloro che comunque celebrano queste donne in ogni modo, ma in realtà poi non fanno effettivamente nulla.

Valentina Rinaldi: Io non c’ero, non dovevo esserci e invece ci sto e le ringrazio. Laura perché riesce scrivendo a dire cose che sento e che magari non ho la capacità di dire o di scrivere, però grazie a lei posso dirle in scena e spero…io ci metto tutto quello che c’ho dentro…e Francesca perché mi aiuta a trovare il modo per dire le cose e quindi raccontarmi anche e cercare di non farlo nel modo più semplice… Ho fatto un lavoro molto più mio tramite loro… sono venuta a conoscere una realtà che si conosce magari tramite scuola ma a livello storico e invece questo lavoro mi ha avvicinato ad un mondo, mi ha fatto conoscere un mondo. Come sensibilità magari sono vicina di mio, magari avrei fatto la partigiana, molto probabilmente, sicuramente si… magari ero lenta, perché io sono pigrissima, non so in bicicletta come mi sarei gestita… però lo sento molto, lo sento molto e mi piace, mi piace farlo, mi piace star lì e poter usarmi per un qualcosa in cui credo. E poi mi piace che la gente ogni tanto ride anche. Io piango tanto ogni volta che provo… e io so una un po’ pesante… e quest’anno ho scoperto che invece a volte riesco a strappà un sorriso alle persone…


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lunedì, 26 novembre 2007

Il ritorno di Santa Barbara.

Domenica 18 novembre, dalle ore 20.45
Da Roma, Compagnia Denoma
in: “La festa di Santa Barbara (consolazione – vestizione – processione)

Si è conclusa con altri tre frammenti La Festa di Santa Barbara.
Consolazione, Vestizione e Processione le parti a cui abbiamo assistito questa sera. Come un fantasma fluttuante la protettrice dei minatori si aggirava per gli spazi del Rialto, i primi due quadri hanno avuto luogo nel foyer, il terzo - e ultimo - nello spazio del bar.
Durante Consolazione l’attrice mangiava e distribuiva ostie tra il pubblico, come in un banchetto sacro, quasi a saziarsi della sua fede trovata, unico affetto che le resta.
La musica che accompagna Vestizione è coinvolgente, dal sapore arcaico che rievoca il sud dell’Italia, come in tutta la performance si respira un’aria un po’ retrò. In questo frammento la santa abbandona gli abiti da bambina e indossa quelli di donna: un vestito nero che lascia scoperte braccia e spalle e che porterà fino alla fine dello spettacolo.
Terzo momento: Processione, il più suggestivo, forse, dei tre, soprattutto per la location che si adatta perfettamente a ciò che viene raccontato: il bar, dove le pareti bianche lasciano spazio ad un lungo bancone di legno scuro e a un icona sacra in pietra raffigurante una madonna. Proprio come in una chiesa. La performer è in piedi con un enorme rosario al collo a sottolineare il peso della religione che porta addosso. Inizia una danza, un girotondo, che la condurrà al tragico finale della morte.
Con movimenti volutamente poco fluidi la performer - Romina De Novellis, che ha curato anche le scene, i costumi e la regia - impersona la santa bambina illustrandoci la sua storia, che, forse, rimane ermetica per chi non la conosce.
Pochi gli elementi scenici che entrano in gioco, il corpo e la musica sono i protagonisti di questo triste racconto che abbiamo visto prendere forma in due serate e che ha fatto buon uso dello spazio in cui si è trovato ad agire.

Paola Granato

 

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lunedì, 26 novembre 2007
Un origami per De Sade
 
Domenica 18 novembre, ore 22.15

Da Roma, Federica Lenzi
in: “Il Serpente e la Rosa”
 
Lo spettacolo Il serpente e la rosa, di cui Federica Lenzi è protagonista nonché regista e autrice, ripercorre la vita di De Sade attraverso gli occhi della moglie Rénee Pélagie.

Donna forte quella che la Lenzi ci presenta sul palco, che è rimasta vicino al marito, il discusso Marchese, per tutto il tempo della prigionia, per poi allontanarsi da lui.

Una scenografia spoglia, un telo nero come sfondo e l’attrice che, a piedi nudi, danza e gioca con un telo, con delle rose, con degli origami.

Una donna chiaramente divisa in due. La Lenzi indossa, infatti, un guanto di pelle e compie movimenti che mettono in contrasto la parte destra e quella sinistra del corpo, proprio a sottolineare lo scontro che vive questa donna combattuta tra l’amore per il marito accusato di crimini scomodi e i valori della borghesia più conservatrice.

Un lungo monologo che unisce le opere di De Sade, il testo di Mishima e Shakespeare recitato con passione e padronanza tecnica che ci fa scoprire una
figura controversa come quella di De Sade, e forse anche poco raccontata, sotto un altro aspetto, quello degli occhi di chi lo ha amato veramente: Je ne respire que pour toi, non respiro che per te, scriveva la Pélagie a De Sade durante il carcere.
 
Paola Granato
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lunedì, 26 novembre 2007

A proposito della costruzione di uno spettacolo
Intervista (epistolare) a Tommaso Pitta di Baby Gang


Come nasce l'esigenza di sperimentare una drammaturgia così particolare? È una cifra della vostra ricerca o è il primo lavoro di questo tipo?
Ho incontrato Domenico Scandella mentre preparavo un esame di storia moderna, in un'antologia di documenti dell'epoca, e ne sono rimasto impressionato. L'anno dopo, a scuola (Paolo Grassi), ci è stato chiesto di preparare un monologo: così è nato questo spettacolo.
É il primo lavoro di questo tipo, anche perché è il mio secondo e per ora ultimo lavoro. É in effetti un tipo di drammaturgia particolare. Non si tratta di un monologo, ma di un dialogo: non c'è quindi quell'imbarazzo dovuto al fatto che non si sa a chi si stia parlando e perché, e la storia non è raccontata dal personaggio ma è vissuta dal personaggio, come in una qualunque classica drammaturgia;  vi è però un solo attore. Questa struttura dialogica per un solo attore consente di dare largo spazio alla parola, senza che ciò risulti macchinoso, e la completezza e la bellezza della parola possono risultare molto efficaci in termini di suggestione narrativa. Oggi il pubblico è abituato alla velocità e alla molteplicità del linguaggio della televisione e del cinema, velocità e molteplicità a cui il teatro non può stare dietro. Tuttavia il teatro può ospitare la parola, e talvolta la parola può avere una forza suggestiva che supera quella dell'azione mostrata, e la parola recitata può avere una forza suggestiva che supera quella della parola letta. Questo tipo di struttura drammaturgica ci è sembrato un buon modo per raccontare oggi una storia che avesse senso raccontare e che non potesse essere raccontata che a teatro.
Abbiamo poi usato una voce e non un attore per l'inquisitore perché abbiamo voluto raccontare, più che una storia che denunciasse i mali della chiesa
cattolica, una parabola dell'incontro di un uomo con il potere. Abbiamo
pensato che, astraendo l'inquisitore in una voce dal tono pacato e inamovibile, lo spettatore avrebbe potuto cogliere il carattere di universalità che noi abbiamo visto nella vicenda di Domenico Scandella.

Come avete lavorato nel costruire la partitura scenica e il suo sviluppo?
Un'altra particolarità di questa drammaturgia è che, a livello di intreccio, nelle scene non vengono poste delle domande a cui le scene successive danno delle risposte per poi porre altre domande, come per ogni drammaturgia classica, e quindi c'era il rischio di perdere l'attenzione del pubblico, appunto perché all'interno di una scena non vi è quasi mai alcun tipo di evento che cambia la situazione. Abbiamo pensato che un modo per affrontare questo problema fosse quello di creare per ogni scena un'immagine forte e compatta, che avesse una forza di impressione che potesse in qualche modo occupare la mente dello spettatore al posto del processo dialogico di domanda-risposta che solitamente mantiene viva la sua attenzione. La partitura scenica è stata concepita a partire da questa esigenza.

Qualcosa sull'ambientazione: la pedana ricorda “Le Grand Inquisiteur” di Peter Brook, c'è un rapporto diretto con questo allestimento? E se no, come mai avete deciso di sviluppare tutto lo spettacolo all'interno di una pedana?
Premesso che ci mette un po' in imbarazzo parlare del rapporto tra questo lavoro e uno spettacolo di Peter Brook su un testo di Dostoevskij, c'è un rapporto con questo allestimento nel senso che il tema e la struttura dialogica per un solo attore sono esattamente gli stessi (la differenza sta in quale interlocutore è posto al centro dell'attenzione), anche se non mi ricordo di essere stato, almeno consciamente, influenzato da questo spettacolo, non credo neanche di averlo visto prima di avere concepito il nostro spettacolo.
Lo spettacolo è sviluppato tutto all'interno di una pedana perché, sempre avendo come obiettivo la suggestione, abbiamo voluto rispettare uno scrupoloso realismo solo fin dove potevamo essere adeguatamente scrupolosi, e dove non c'era questa possibilità abbiamo preferito evitare qualunque altro tipo di segno. La pedana ha una funzione di proposizione dell'attore al pubblico, e si presta a raccontare l'isolamento del protagonista e, con l'ausilio delle luci, diversi ambienti (una prigione, un patibolo eccetera). Nell'allestimento originale la pedana poi è alta un metro e il pubblico gli sta attorno su tre lati, come se si fosse in una piazza pubblica, ma non sempre i teatri si prestano a utilizzare lo spazio in questo modo.

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